Recensioni
Arena Joe Strummer
Nine Inch Nails, Maxïmo Park, Tool
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Gaspare Caliri
- 6 Ottobre 2007

È la storia di un’opinione negativa che nasce, che si rafforza, che diventa nervosismo, per quanto è corroborata, ma che poi si spegne all’improvviso. L’Independent Days Festival, consueta giornata di concerti all’aperto dell’inizio settembre bolognese, è un po’ così. Ha spesso un cartellone che perplime, mette il dubbio, e poi si finisce per andarci, attratti da qualcosa. Quest’anno quel qualcosa sono i Nine Inch Nails – non se la prendano i fan dei Tool. E anche per questa edizione arrivare agli headliner non è stato facile. Una coda improponibile per prendersi una birra; un volume altalenante per tutto il pomeriggio prima dei tre nomi di punta; non si può uscire da Parco Nord una volta entrati; fuori c’è una fiera campionaria, anzi no, la Festa dell’Unità/umidità.
C’è da aspettare quei ruffiani dei Maximo Park per divertirci un po’ (ma poco), proprio come il rinfrancante episodio Franz Ferdinand avvenuto qualche anno fa in circostanze molto simili (prima della gioventù sonica); eppure i sorrisi compiaciuti e le teste che tengono il tempo continuano a latitare, mentre attorno alle mura delimitate dell’area decine di ragazzi, per saltare la fila del bagno, sono lì a dieci metri l’uno dall’altro pronti per l’esecuzione. Disatteso l’hype inglesoide, abbiamo la conferma che il 60% dei ragazzi sono qui per i Tool, famosi per i loro show video-sonici e per la tosta massa sonora che riescono a far vibrare. Lo spettacolo, un teatro cyber-dark per drumming tostissimo, è irrimediabilmente rétro, come di chi è stato troppo puntuale a suo tempo e a quel tempo resta ancorato. I fedelissimi cantino a memoria tutte le canzoni della band, ma è meglio che Trent faccia qualcosa, pure con quella pancetta post-ripulisti alcolico.
Bam. Il Signor NIN spinge sulla pura memorabilia cyber-noise-rock sfoderando l’intero repertorio di cavalli da battaglia. Aggredisce il microfono, se la prende con una chitarra che gli si frantuma tra le mani, tiene il palco come un vero leader e la voce bella, potente, carismatica è proprio quella dei film audio della sua discografia. La band? Non è da meno: spavaldissima, sfascia strumenti, li lancia in aria, digita tasti sui computer; ma se ci si aspetta semplicemente uno spettacolo da professionisti c’è il colpo da maestro; un flash brucia retine che a metà show cala sul palco sottoforma di 16/9 in pesante griglia metallica. A quel punto, pure chi non è riuscito a prendersi una birra in sei ore non si preoccuperà della sete. È uno schermo gigante senza retroilluminazioni. Un plasma da 1000 pollici. La band ridotta a trio si piazza davanti ad esso in un set minimal di macchine (che tanto deve ai Kraftwerk, nella disposizione, ma con un surplus di contemporaneità). Si apre un inside show di potentissimo noise elettronico fatto di grafiche aliens, zapping velocissimo d’esplosioni e assenza di segnale tv. È l’apoteosi, e proprio su quest’ultima sequenza Reznor si piazzerà dietro allo screen bucandolo come un Poltergeist. La chicca nell’apoteosi.
Detto tutto questo, suonato praticamente tutto Downward Spiral, Dead Souls, la cover dei Joy Division, e Hurt, che importa del triste siparietto a proposito del download quando Trent, tramite la voce del tastierista Alessandro Cortini, ci dice che a lui importa più che si ascolti la sua musica, piuttosto che la si compri.
Certo, proprio lui che ha pubblicato l’ultimo album con un materiale termosensibile (lo metti nel lettore e ci leggi cose che a freddo sono invisibili). Lo stesso personaggio che ha messo online tutto l’album giusto prima della pubblicazione ufficiale. Contraddizioni? Forse. I Nine Inch Nails sono un tramite tra la semplicità argomentativa dell’adolescenza e ciò che di quella resta qualche anno dopo. Quelle esplosioni hollywoodiane viste in TV che poi ti scoppiano in faccia. Realmente. Year Zero. La fine del mondo. Subito!
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