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Il 2001 sarà un anno decisivo per gli Interpol: un costante airplay e una mirata tournée in Inghilterra e Francia (con la benedizione di John Peel) fanno sì che le quotazioni del gruppo salgano vertiginosamente. I tempi sono finalmente maturi e in novembre, nel corso di due settimane di reclusione nei Tarquin Studios (Connecticut), la band porta a termine con l’ausilio di Pete Katis (Philistines Jr.) e Gareth Jones (Clinic, Depeche Mode) le session per il primo album. Annunciato da un EP omonimo (contenente PDA, NYC e Specialist, b-side di tutto rispetto pubblicata anche nella versione giapponese del cd), Turn on the Bright Lights vedrà la luce in agosto e, sin dall’uscita, viene salutato dalla stampa specializzata come un nuovo capitolo del revival garage-wave sulla falsariga di Is this it? degli Strokes. Se in effetti le sonorità dell’album possono richiamare in qualche modo la band di The Modern Age, i ragazzi di Williamsburg appaiono sin da subito diversi dal resto delle nuove band tanto nell’etica quanto nei contenuti veicolati dalla loro musica, finendo per risultare unici nel loro genere.

Pur nella loro polireferenzialità (tra i pluricitati Joy Division, Bauhaus, Television, Pixies giusto per dire i più noti e facilmente riconoscibili), gli Interpol costituiscono tuttavia un mirabile esempio di come sia ancora possibile assimilare e rinnovare generi passati estrapolandoli dai limiti dell’anacronismo. La chiave di lettura entrare nel suono dei quattro di Williamsburg va cercata in un ideale punto di incontro (sia musicale che attitudinale) tra l’indie rock chitarristico anni ’90 e il post punk inglese dei primi ‘80. A tal proposito, il tanto insistito paragone con gli esponenti per eccellenza di quel genere, i Joy Division, acquista un senso solo se si collocano gli Interpol in una dimensione attuale e non atemporale. Scavando nel mood delle canzoni del gruppo newyorchese, è come se il malessere della squallida provincia industriale inglese si fosse adattato ai nostri tempi, al linguaggio della metropoli, di NY. Lo stesso disagio di quegli anni acquista oggi, grazie a Banks e soci, una dimensione metropolitana (e quindi universale) in cui è più facile riconoscersi. E così, come New York non è Manchester, Banks non è Ian Curtis; al contrario del vocalist suicida, egli non canta l’impossibilità di adattarsi a una vita che in fondo non si vuole vivere, ma anzi vi risulta quasi visceralmente attaccato (“it’s up to me now / Turn on the bright lights” da NYC).

Musicalmente Turn on the Bright Lights è un album scuro, compatto, romantico, teso e minimale.
Se negli EP degli esordi mancava ancora qualcosa alla ricetta del quartetto per raggiungere il livello di intensità e personalità richiesto, in questa sede si calca la mano sulle chitarre e sull’urgenza comunicativa. Il suono acquista personalità e mordente anzitutto in virtù della sua immediata incisività: colpisce, soprattutto nei cavalli di battaglia come Obstacle 1 e PDA (col ritmo più sostenuto e un Banks più drammatico), di come pathos e rilascio emotivo si compenetrino l’una nell’altro, di come una tensione minima ma incessante, minacciosa ceda al proscioglimento del cuore, al viatico dei sentimenti e della speranza.
A questo senso di travaglio e insicurezza fa da contraltare una dimensione più sognante e romantica, densa di atmosfere avvolgenti, come nell’iniziale Untitled (tra riverberi shoegaze, un basso fluttuante e gli intrecci psichedelici minimali a metà tra Cure e Slowdive), NYC (la ballata per eccellenza, solenne e sacrale nei suoi riverberi, carica di chitarre come organi, le memorie 4ad e Ride e il drumming elaborato e raffinatissimo) e Hands Away (dal crescendo pulsante di chitarre e batteria, e le stratificazioni su stratificazioni del suono).
Il disco vive dunque di questa alternanza di toni, con ancora Obstacle 2 e Stella Was A Diver And She Was Always Down a calcare la mano su riff incisivi, ritmi elaborati e efficaci stop and go; e The New e Leif Erikson a svelare la parte più romantica di Banks tra i vocalizzi degli U2 più trasognati e quelli degli Psychedelic Furs più romantici.
Su tutto, protagoniste assolute, assieme alla declamante e epica voce del cantante, sono le chitarre di Kessler e, in aggiunta/dialogo, dello stesso Banks (debitrici tanto di Television nelle dinamiche quanto dei Chameleons nelle sonorità), sui cui ricami e stratificazioni si costruisce ogni singolo brano.

L’album va oltre ogni aspettativa: forte dei plausi (quasi) unanimi di pubblico e critica, Turn on the Bright Lights ha meritatamente assunto lo status di nuovo classico dei nostri tempi.

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