• Ott
    01
    2010

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Trovarobato

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Jacopo Incani è il frutto della sua biografia. Una biografia da loopstation, campionata su più livelli, in cui si mescolano infanzia da cantautore, adolescenza barrettiana e attualità da discepolo di Flying Lotus. Ascolti che trovano spazio in uno scantinato della Bologna meno allineata tra un laptop e una chitarra acustica, con i vicini che scalpitano per le urla e una rabbia sgraziata, poetica, profonda, a reggere il gioco.

C’è il Gaber lucido e spietato di Io se fossi Dio nelle corde di questo sardo sotto i trenta trapiantato in Emilia, disperso in uno zapping di ghezziana memoria e condito con gli scarti della TV spazzatura, attualizzato da un’elettronica sporca e omaggiato da testi provocatori e taglienti. Insomma difficilmente decifrabile ma necessario, per mettere a nudo il vivere squallido di un’Italia da alberghetto a ore in bilico tra call center e precarietà, razzismo e disparità sociale. Vi si dà voce dall’interno, senza attenzione per le buone maniere o rispetto per la sensibilità retorica di chi nel disastro quotidiano ha trovato un proprio spazio vitale. Perché quando la tragedia della realtà sgomita per emergere e tu ci sei dentro fino al collo, non puoi far altro che raccontarla per com’è: surreale, cinica, violenta.

Quel che accade in una Summer On A spiaggia affollata, con i vacanzieri che esultano per i barconi naufragati dei clandestini (Una folla selvaggia che invoca a gran voce / la versione in carne ed ossa delle morti viste in tv / poi finalmente il barcone affollato ribalta e comincia ad affondare / gli ombrelloni si gonfiano di un boato di gioia e di saluti per chi da casa è rimasto a guardare) o in una title track in cui si sparano sentenze dal divano di casa (Ma cosa fanno questi? Come vivono questi? Sanno solo fare figli / Disgrazie e figli /schifezze e figli / Ah! Non siamo mica noi i pazzi / sono loro che devono starsene a casa / come faccio io / così si risolve / ah beh certo, magari anch’io faccio schifo / certo ma qui dentro / dentro casa mia / nessuno mi vede), in una Torino pausa pranzo stile Thyssenkrupp piena di illustri ipocrisie (sulle panche donate da qualche imprenditore / la democrazia siede in veste ufficiale / e il suo plotone di testimoni / saponette alla mano / ripassa il commiato per gli ultimi tra i cittadini) o in una La macarena su Roma in cui la diretta TV diventa vita reale (Il trentanove, il mio portone / lo riconosco è il mio portone / sono sotto casa mia / cosa faccio? Vado anch’io?/ Che cosa devo fare? / Devo scendere devo andare? / no! È partito il televoto / oggi voto / oggi scelgo / oggi partecipo / oggi decido io).

Nessuna retorica, nessun nichilismo da generazione zero, nessuna pretesa di rappresentare qualcosa o qualcuno, se non il diretto interessato. Un’individualità in bilico tra tragedie reali (Il corpo del reato), scenari onirici disciolti in stile Dalì (Il ciccione), autobiografia (Il sesto stato) e improbabili macchiette calcistiche (Il famoso goal di mano) capace di generare uno dei migliori esordi dell’anno.

10 Ottobre 2010
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