• apr
    15
    2013

Album

4AD

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Due anni fa Kiss Each Other Clean aveva fatto storcere il naso ai puristi del folk: troppo lontani dalla tradizione gli arrangiamenti che andavano a pescare nell’etno e nel blues, in un mescolamento trasversale che non trovava pari nella cultura dei white guys with beards, al contrario di quanto succedeva nel più ampio massimalismo major indie à la Sufjan Stevens e M83. Un incasellamento forse più legato a un’operazione della critica che a una voluta scelta artistica, ma che di fatto si è oramai cristallizato. Ghost On Ghost è la conferma che per Iron & Wine la direzione intrapresa era quella che si voleva perseguire, senza che ciò comportasse necessariamente rinnegare le radici. Il disco risulta così ancor più bandistico e prodotto del predecessore, avvolto in una tavolozza ampia di sentori e stratificazioni, tanto che è naturale vedervi un passo verso un pubblico ancora più vasto, maggiormente pop e meno – letteralmente – indie.

Se il compito dei critici fosse giudicare le scelte artistiche, invece dei risultati che queste comportano, dovremmo forse far rientrare il nostro discorso in quello di coloro che, forse più da fan che da professionisti, hanno scelto di dividere il campo tra “puro” e “impuro”, tra ciò che è accettabile in nome di una aderenza alla tradizione (e a una cultura musicale) e quello che non lo è e si presenta sotto forma di ammiccamento al radioplay, al mainstream e al pop inteso in senso almeno parzialmente dispregiativo. A questa divisione dello spazio critico in campi contrapposti, che crediamo non sia direttamente il compito di chi scrive di musica, preferiamo un discorso prettamente ancorato alla concrezione dell’arte (in questo caso l’album e le canzoni che esso contiene), lasciando che lo spazio della biografia dell’esecutore e dell’autore siano elementi di contestualizzazione e non punti sostanziali del nostro discorso.

In questo senso Ghost On Ghost ci appare come un discorso altrettanto alto, completo e riuscito del precedente. Lo ribadiamo: siamo lontani, come sottolineava il nostro Solventi due anni fa, dal capolavoro (forse irripetibile) di The Sheperd’s Dog, ma siamo comunque su di un piano di raffinato cantautorato folk-blues-etno-pop che forse non conosce rivali in questo momento storico, pur avendo avi illustri come il Paul Simon degli anni Ottanta. I fiati, talvolta anche con tocchi jazzati (Lover’s Revolution), sono una costante che dà colore a tutto il disco, aiutando a creare le atmosfere ora bucolico-psych (Joy) o urban-soul (Low Light Buddy Of Mine), ora gospel-folk da call&response (Singers And The Endless Song) o West Coast in quota Beach Boys (Grace For Saints And Ramblers).

I brani filano via in eleganza e scorrevolezza come figli di una penna colta, attenta e divertita. Ogni suono, ogni scelta di arrangiamento, ogni dettaglio attinge a un immaginario musicale (e non solo) che fa parte del DNA della tradizione americana e, in generale, della storia del pop di tutti i tempi, da Tin Pan Alley al bedroom pop dei duemila. E quindi anche della nostra di fruitori musicali. Ascoltando le dodici tracce sarà inevitabile andare a cercare il riferimento a Stevie Wonder, agli Steely Dan, ai Calexico, a Van Dyke Parks, agli anni Trenta come ai Settanta. Li ritroveremo tutti, divertendoci, ma forse senza sorprenderci mai davvero. E questo forse è il limite maggiore di questa scelta più ampia ed ecumenica operata da Sam Beam: per parlare a un pubblico allargato, si rende la musica più pop(olare).

6 aprile 2013
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