Recensioni

7.2

Con Nebula Dance i primi freddi accolgono anche il ritorno su prova lunga della stella di planet mu iTAL tEK. Il cambio di mood del producer britannico lo si poteva intuire già dal Gonga EP dell' anno scorso, e del resto che gli artisti più stimolati/stimolanti stiano evadedendo dai rigidi confini del pure dubstep (kick drum sulla prima, settima e nona battuta e hat open a intermittenza con riverbero lungo in 9 e 15) è ormai evidente. Vengono così percorse sostanzialmente due strade: una che porta alla nuova ondata techno del nostro recente approfondimento, l'altra speculare che aumenta i bpm e trascina il genere verso il footwork.

Nebula Dance prende a velocità massima la seconda via, vola sui 150-160 bpm e abbandona anche quei tempi hip hop a cui ci aveva abituati. Ora, chi segue Planet mu obietterà che ultimamente molti dei suoni della label suonano cosi. Vero, del resto a precisa domanda nell'intervista a Mike Paradinas, il padre padrone della label rispondeva che sul pianeta mu "ci si influenza a vicenda". Ecco che allora la chiave di lettura di Nebula Dance non può altro che risultare come pieno manifesto d'intenti del sound Mu di oggi e domani. Del pure dubstep rimane solo una timida colonna vertebrale, parti corporee ed esoscheletro hanno la genesi del nuovo e ribelle footwork che, privo di confini e spazi chiusi simboli del genere predecessore, apre a qualsiasi incastro e tappeto ritmico. Le combinazioni sono pressochè infinite, si aggiunge e si toglie, si spezza e si prolunga, si accelera e si frena, senza tratti circostanziali o predefiniti.

Le tracce di Nebula Dance viaggiano tra synth corposi e accelerati di cui il liquid wonky di Rustie ci aveva già parlato (Intercruise, Steel Sky), provocazioni 8 bit in Pixel Haze che con la dubstep han sempre giocato in uno scambio alla pari di corteggiamenti, cinematismi d'atmosfera su Discontinuum e Human Version. Nulla di veramente nuovo, in fondo, ma è ripetendo l'ascolto e familiarizzando con l'album che si viene invasi da una crescente sensazione di ansia, da una frenesia controllata. È come esser sparati dentro un flipper dalle pareti morbide, che raggiunge il suo apice in Glokk: quel  continuo rullante perfettamente impazzito nipote dei 90s (ancora ritornano) e di quella jungle che dei club e dei rave UK fu prima carnefice e poi vittima e che Scuba aveva sintetizzato nella sua Jungle Rinse Out. Questo è sicuramente il quid in più che trasforma l'album, un coup de theatre studiato e stiloso che sposta l'asticella dal semplice esercizio ginnico a prova artistica senza imperfezioni.

Planet Mu mostra i muscoli e manda in stampa il primo libro di testo e linea guida sul passaggio viscerale dal pure dubstep al footwork, abbandonando finalmente la catena e il collare della parola step con una sola missione: evadere.

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