Recensioni

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Un inquadramento generale del giro trap in Italia ho già provato a farlo su queste pagine con un approfondimento dedicato. Recensire il nuovo lavoro di Izi è di fatto una semplice appendice a quanto già detto. Il discorso è – come pure per Tedua – e resta che il ragazzo è bravo, ma finché continuerà a fare questa roba qua la sua dimensione ne risulterà inevitabilmente auto-limitata. Perché questi – proprio Izi e Tedua in particolare, ma ci metto anche Rkomi – ci sanno fare, e i numeri li avrebbero. Non si discutono il flow, la credibilità, la fotta, la tecnica, la preparazione e la capacità di scrittura (come invece è doveroso fare per altri). Quelli possono soggettivamente anche non piacere, ma sulla loro consistenza è difficile questionare. Un pezzo come Il Ritorno delle Stelle, contenuto nell’ultimo Dargen D’Amico, è lì a dimostrarlo una volta di più. Questi nomi potrebbero veramente essere nuova linfa per la scena hip hop nazionale. Effettivamente, già un po’ lo sono, ma in parte veramente minima rispetto a quelle che potrebbero essere le possibilità a disposizione.

Qual è il problema quindi? Mi piace sempre molto compiacere la mia supponenza intellettualoide tirando in ballo riferimenti e citazioni altisonanti; ecco allora Hannah Arendt: «un oggetto può dirsi culturale nella misura in cui resiste al tempo». Il problema è che attualmente ogni brano licenziato dai bravi (aristotelicamente, ancora in potenza) nomi di cui sopra non resisterà al logorio del tempo. Questa maniera trap è talmente contingente che tra cinque anni – ma probabilmente anche prima – non riusciremo a riascoltare questi dischi senza legarli indissolubilmente a questi giorni. Non che la cosa sia necessariamente un problema, anzi la storia della musica è piena di dischi irrimediabilmente datati, ma spesso proprio per questo ancora più epocali. Qui però stiamo parlando di uno stile talmente modaiolo, derivativo, effimero e transitorio, che la conclusione non potrà essere la stessa per cui già oggi Skrillex sembra un dinosauro.

Sia chiaro, Pizzicato funziona. A tratti anche molto bene. È prodotto come ben si confà a un album del genere: oscuro e cesellato a dovere, non si fa mancare l’apparentemente imprescindibile campionario di rullanti asettici, grassi bassi e ritornelli liofilizzati e surgelati a suon di autotune sempre, irrimediabilmente, uguali a sé stessi. Ma non a caso, i risultati migliori arrivano quando la maniera è lasciata per un attimo da parte: il live drumming e l’assolo di chitarra di Tutto Torna (magari un pochino imbalsamati, ma almeno si prova a sbattere la testa da qualche altra parte), la bella piano ballad Bad Trip. Tutto sommato si fa ascoltare volentieri anche Dopo Esco, con un feat. di Fibra che procede un po’ col pilota automatico sciorinando le solite vacue denunce di plasticosità e falsità.

Su Rolling Stone scrivono «Izi non è schiavo della trap». Io me la tiro ancora un po’ con Bauman, che nel suo Vita Liquida scriveva «i prodotti culturali non sono fatti per essere usati/consumati sul momento o per dissolversi in un processo di consumo istantaneo, né ciò costituisce il criterio per stabilirne il valore». Non che tutta la musica debba necessariamente essere cultura per essere buona, ci mancherebbe. Ma dischi come questo nascono e muoiono per essere consumati adesso, nel biennio 2016/17. Se vi accontentate di questo, accomodatevi.

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