Recensioni

Seguiamo il buon Fedez mentre nelle video-interviste per i maggiori quotidiani nazionali si riempie la bocca con paroloni altisonanti come “opulenza”, “annoso” e “riscatto sociale”, dando credito a chi su Rockol ne loda la «proprietà lessicale non così comune tra i suoi coetanei». Del resto è cosa nota che la stragrande maggioranza dei nati nell’89 di mestiere zappi la terra o scavi buchi per poi riempirli, e si esprima per lo più attraverso versi inarticolati e/o gesti delle mani. Comunque quello che Fedez cerca di dire mentre J-Ax gli annuisce vigorosamente accanto, è che il titolo Comunisti col Rolex non sta ad indicare un maldestro tentativo di critica sociale tramite moralismi sinistroidi. No, i comunisti col rolex sono loro due, poveri arricchiti ed artisti imborghesiti, che ce l’hanno fatta e ora se la godono meritatamente. Perché è giusto che chi è bravo e fa i soldi, si lasci da questi cambiare. Non c’è colpa nel crogiolarsi in un successo ottenuto onestamente. E allora le accuse e le critiche sono prese e riutilizzate, con un’intelligentissima autoironia che denota la maturità dei nuovi Chip & Chop del pop nostrano rispetto a qualche innominabile attizzatore di polemiche da social. Loro si guadagnano le attenzioni grazie “alla loro musica”. E certo è ormai trito lamentare quanto sia triste che uno che vent’anni fa rappava Fotti la Censura firmi oggi cose come Maria Salvador.

Quindi basta con le polemiche da bar che “questi due non fanno hip hop”. Ce lo dice J-Ax che una traccia come Assenzio, che sconfina il classico format da pop song superando i 5 minuti, ha delle strofe con (minchia!) addirittura 20 barre, mica 16 come i pezzi di quei pezzenti che fanno tanto i true. Quindi anch’io se provo a spittare ininterrottamente su un beat di 15 minuti senza mai infilarci un ritornello (Assenzio ne ha solo due!) probabilmente genero un pezzo che smerda qualsiasi traccia di Strade di Città. Non sono troppo convinto, ma stasera provo. Comunque va bene, siamo nel pop, loro sono due paraculi e adesso si gioca a carte scoperte. Poco importa che ci sia pop e pop, e che tutto il concettuale castellino di carte alle spalle dell’operazione crolli miseramente, fragile come un ritornello della Michielin, quando la musica alla base è questa. Procediamo. C’è un assioma invisibile ma lampante per cui ultimamente ogni hit italiana che ammorba le nostre estati deve sembrare prodotta dal cugino sfigato di Diplo. Un’inopportuna ex-cassiera alle dipendenze della famiglia Caprotti ne sa qualcosa, avendo partecipato a questo trend odioso mentre strillava le sue lagne celebrando il turismo sessuale con l’altrettanto molesta Baby K. Ma la stessa Vorrei ma non Posto batte lì. Ora però arriva Senza Pagare, praticamente il parto malriuscito, coatto e trash di un fanboy di Major Lazer che usa Lean On come colonna sonora per i suoi momenti speciali in bagno. E state tranquilli che anche qui il moombathon liofilizzato e la dancehall surgelata vi stracceranno i coglioni mentre limonate un Cornetto in spiaggia. E anche se «donne di facili consumi» al primo ascolto magari vi fa un po’ ridere, rimane a stagliarsi l’abbacinante tristezza di una hit che parla solo dello scrocco in disco grazie al proprio status di VIP.

Trash dicevamo. A me piace sempre molto tirare in ballo Tommaso Labranca, un po’ perché fa tanto intellettualoide vero e un po’ anche perché l’ho letto per davvero e nel discorso ci sta. Il concetto di trash come emulazione fallita di un modello aulico, quindi. In questo caso c’è solo da scegliere a caso per rimanere soddisfatti. Ma prendiamo il video di Assenzio, che abbiamo gioco facile. Fedez segue anche la parte visual dei suoi pezzi, scrive lo script, lui. Molto artistica questa cosa, è chiaro che lui è uno che si sbatte (non solo la Ferragni) ed è molto eclettico. Allora si copia spudoratamente I Need a Doctor di Dr. Dre ed Eminem, sbattendoci lì a caso un’ectoplasmatica Levante al posto di Skylar Grey (e fa già ridere così) e sistemandola che sembra la cosplayer di Eva Green in 300: L’Alba di un Impero. Accuse di plagio? Ma no, l’ha detto subito anche Fedez che il video l’ha copiato da “un rapper”, perché non aveva mica tempo. Ah il ritornello del pezzo è cantato anche da Stash. Stash è il cantante dei The Kolors, vincitori dell’edizione 2015 di Amici. Poi c’è Giusy Ferreri, che se c’è da annoiare su un ritornello melenso non si fa mai pregare, e come al solito sembra provare un malsano piacere nell’accentare ogni vocale che gli capiti a tiro. C’è Loredana Bertè, che probabilmente è rimasta indietro con le rate della macchina nuova. C’è Nek, che dopo la recente estasi trap non sembra ancora averne avuto abbastanza. C’è Alessandra Amoroso,addirittura più irritante del solito nel biascicare i suoi imbolsiti ritornelli buonisti. C’è Sergio Sylvestre, che non so chi sia ma ora internet mi aiuterà. C’è Arisa, ma non voglio essere cattivo.

Comunisti col Rolex è un disco brutto, di quel brutto che dà fastidio e non riesci neanche a trasformare in guilty pleasure. È un disco che vorrebbe criticare i populismi, ma fa populismo. Cerca a tratti di essere anche riflessivo, ma è solo generalista e scontato. Vuole fare pop, ma lo fa male se non malissimo, con basi stantie e melodie da ipermercato, testi scadenti e un campionario di ospiti che sintetizza il peggio della musica italiana. Prova a fare satira sulla generazione y, quella dei social e del rincoglionimento da web, ma finisce per contribuire pesantemente al detto rincoglionimento. E io che ho scritto questo lungo articolo semplicemente per dire che sì, questo disco è brutto esattamente come pensavate, ho fatto consapevolmente il loro gioco. Perché mi diverto a scrivere cose cattive su operazioni che non meriterebbero nemmeno una parola. Sono uno di quei frustrati, poveri e sfigati che secondo loro non ce l’hanno fatta. Però qualcuno dica a Fedez di togliersi il cappello quando è al chiuso, che non è da signori.

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