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Ciò che più spiace del povero James Yancey a.k.a. Jay Dee/J Dilla/Jaylib è che, ad anni dalla prematura dipartita per arresto cardiaco, ancora non abbia ottenuto il posto che gli spetta nel gotha dell’hip-hop. Dotata di peso pari a quella di altri grandi produttori e stile acuto e riconoscibile, la sua opera resta patrimonio dei più avvertiti e non aiuta che, mentre era tra noi, James mantenesse un basso profilo pubblico: per lui poco glamour e molta sostanza, la musica a parlare eloquente in numerose produzioni, sovente nemmeno accreditate. Poiché tuttavia il tempo è galantuomo siamo certi che la riscoperta non tarderà, e nel frattempo appuntiamo il contributo offerto alla causa da questo primo tomo della serie Dillanthology.

Ideale per il neofita, la raccolta alterna note gemme (una Stakes Is High che per qualche minuto sottrasse De La Soul dal ruolo di decaduti; lo scintillio donato a Common in The Light; Didn’t Cha Know, pura sensualità carnosa che avvolge Erykah Badu), classici favolosi che a metà dei ’90 lanciarono il Nostro nell’empireo – Runnin’ e la citazionista Drop a beneficio dei Pharcyde; il Busta Rhymes snodato in Show Me What You Got – e materiale da intenditori. Nel quale spiccano le curve pericolose di una Fall In Love appartenuta ai suoi Slum Village che stenti a credere abbia due decenni sul groppone, oppure le deformazioni – di una levità prossima al subliminale… – che fecero la grandezza dell’uomo di Detroit, evidenti in Hip Hop Quotable (AG & Aloe Blacc) e nella più tarda Dolla di Steve Spacek.

Assapori il gusto sommo per l’intarsio e il trattamento inusuale dei campioni, i dettagli che emergono alla distanza e lo sdrucciolare obliquo della ritmica che hanno indicato una via percorsa da moltitudini. Figura di Genio e modestia pari solo alla sfortuna che lo bersagliò, Yancey ci manca. Ogni giorno di più.

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