Recensioni

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Le due Dillanthology della Rapster non sono attaccabili sotto il profilo del contenuto intrinseco. Tredici produzioni “per altri” nella prima, altrettanti remix nella seconda, e si tratta di capolavori, inutile stare a filosofare (certo con le prime tredici più necessarie dei secondi). Si può semmai mettere lingua sulla natura dell’operazione: quale il filo rosso che lega i brani, se c’è un filo rosso, forse il suono, o si tratta di due “greatest hits” e basta, e perché non farli doppi, eccetera. Resta una certezza: si tratta di due ottime introduzioni al Dilla-mondo, soprattutto per i neofiti con background hip-hop o comunque black.

Questo volume, copertina emblematica col campionatore Akai, si sovrappone al primo in due pezzi, Slum Village e De La Soul, e contiene altre due produzioni native-Dilla, Pharcyde e Busta Rhymes. Sarà che siamo di parte, ma il tocco di Dilla è speciale, è quello: notturno, urbano, liquido, soul, di un soul assolutamente contemporaneo, che ci guarda negli occhi. Dilla non stravolge, fa suo: mette la giacca a Busta e Artifacts, o al contrario, ma sempre con eleganza, sporca quella di Four Tet con voce (di Guilty Simpson), una specie di palm-muting di tastiere e un ride in levare. Ironia della sorte, Dilla è stato a lungo il responsabile non dichiarato di tanti pezzi, che ora restano nella storia spesso proprio grazie al suo nome. Aspettiamo un volume tre con i pezzi di Dilla per Dilla.

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