Recensioni

7.3

Con la benedizione di Ma Dukes, Pete Rock pesca tra gli inediti di Dilla, tra minidisk e DAT, dagli esordi fino ai primi giorni in ospedale (giorni ultimi), chiama alcuni prestigiosi vocal guest a rappare sopra le selezioni e organizza il tutto, 28 pezzi brevi, solo quattro sopra i tre minuti, con la forma del radio broadcast. Siamo in territori Dilla elettronicosporco (se non come tecnica, sicuramente come suono), Dilla post-Ruff Draft, come sempre ipnotico, spesso claustrofobico, spesso a lambire una ballabilità plumbea e rallentata, anche giocoso all’occorrenza, con pezzi generalmente molto asciutti (pulsazione di base e massimo due voci melodiche). Non mancano comunque esempi più collagistici o il solito funk-soul, come pure una dichiarazione di weirdness come solo lui o Madlib, un campione da Oh No di Zappa, versione mid-Seventies. Nonostante il carattere postumo e Dilla-celebrativo, i feat sono (quasi) tutti davvero ottimi; seguendo la tracklist incontriamo: Blu, Lil Fame, Phat Kat, Danny Brown, Constantine, Black Thought, Doom, Diz Gibran, Havoc, Reakwon, Frank Nitty, Illa J, Cue D.

Rock, uno dei miti di Dilla, rende omaggio all’allievo dalle mani d’oro, e riesce a dare organicità a materiali di provenienza tanto eterogenea, di loro comunque già marchiati dall’intrinseca riconoscibilità stilistica del nostro, esercizi interessanti e mai banali di riduzione (a tratti sembra di ascoltare veri e propri studi sui bassi), con la sensazione che si tratti di un session album e non di una collezione di ritagli e scarti. Ricorrente e ossessiva la sirena ascoltata già in tante produzioni di Dilla, dichiarazione d’intenti presa dall’intro di King of The Beats dei Mantronix.

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