• Mar
    23
    2018

Album

Third Man Records, Columbia Records

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In Boarding House Reach tutta la “riffologia” tipicamente à la Jack White (ma potremmo anche dire à la White Stripes) è riassunta in un unico brano, ovvero Over And Over And Over. Se siete nostalgici incalliti delle chitarre elettriche più spigolose, dovreste partire da lì, perché il resto del disco è invece un viaggio nella mente di uno dei musicisti più contraddittori e al tempo stesso artisticamente affascinanti degli ultimi anni. Un’anima creativa sospesa tra tradizione e modernità, che con la sua Third Man Records sostiene da sempre l’analogico, i dischi in vinile e l’essere musicisti “alla vecchia” – del resto White nasce immerso nel garage di Detroit e opera in una Nashville tradizionalmente country-blues – e al tempo stesso imbottisce i suoi album solisti di ritmiche hip hop e suoni alieni rispetto alla tradizione (sintetizzatori e loop compresi), registra su nastro e in quattro piste per poi affidarsi a sistemi digitali come Pro Tools per l’editing di questo lavoro, vorrebbe vietare i telefonini ai concerti utilizzando Yondr ma conclude che il «rock ha bisogno di un’iniezione di sangue giovane».

Boarding House Reach è forse l’album che più di tutti rivela questo dibattersi fruttuoso/sofferto tra passato e presente, innovazione e memoria, più ancora di quanto non avesse fatto Lazaretto nel 2014. Registrato in tre studi diversi, ovvero il Third Man Studio a Nashville, il Sear Sound a New York e i Capitol Studios a Los Angeles, e “riassemblato” sempre a Nashville, il disco è il perfetto corrispettivo sonico di quel collage di personalità che è il musicista che lo ha generato. Un’anima gospel-soul à la Percy Sledge incontra i sintetizzatori in Connected By Love, certe percussioni tribali incastrate su un beat hip hop abbracciano le derive poliziottesche di Corporation (vi suonano familiari? Sì, anche a noi), suoni sintetici contrappuntano il funk a singhiozzo di Hypermisophoniac, in Ice Station Zebra si ascolta addirittura un testo rappato che riflette sul tema dell’originalità dell’opera artistica («You create your own box / you don’t have to listen / to any of the label makers / printing your obituary»), Respect Commander parte come un garage-funk e finisce su un blues quasi in stile Led Zeppelin, le voci robotiche di una bellissima Get In The Mind Shaft odorano a un chilometro di distanza di black music anni settanta, What’s Done Is Done ripesca pure certe cadenze country.

In questa girandola di stili che, non si sa come, riesce a evitare l’effetto pacchianeria suscitando invece un certo fascino “fastidioso”, l’idea che ci siamo fatti è che in fondo White non fosse minimamente interessato a scrivere tredici singoli da mandare a memoria (fatta eccezione forse per tre-quattro brani, ma in scaletta ci sono anche episodi prescindibili come la spoken word di Ezmeralda Steals The Snow) ma volesse invece liberarsi dalla solita routine compositiva. Tanto che il valore intrinseco di Boarding House Reach risiede più nel suo sorprendere e guidare chi ascolta con un suono frammentario, stimolante, sincopato, anche caotico in certi frangenti, ma che in fondo è il risultato del perdere il controllo sulla materia da parte del musicista, per guardare il tutto da un nuovo punto di vista. Del resto White ha dimostrato più volte di essere disposto a complicarsi volutamente la vita e a evitare le reti di sicurezza – persino la formula dei White Stripes era un auto-limitazione cercata coscientemente – come dimostra anche il fatto di aver chiamato a suonare per queste session musicisti esperti ma mai incontrati prima – tutte prime file già al lavoro con gente come Beyoncé, Kanye West, Jay Z, John Legend, David Byrne e altri.

Nella sua incoscienza, dispersività e incoerenza, Boarding House Reach trova insomma il modo di suonare anche vitale e piuttosto centrato, grazie a un brodo primordiale di idee con un piede nel passato e uno nel presente. Cosa porterà il futuro? Difficile dirlo, ma probabilmente non un Grammy Award, come invece era accaduto con il disco precedente, oltre naturalmente a qualche critica inevitabile e del tutto lecita.

23 Marzo 2018
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