• giu
    09
    2014

Album

Third Man Records, XL

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La poetica di Jack White è sempre stata una figlia illegittima del blues, anche e soprattutto quando sul campanello di casa c’era scritto White Stripes. E dal blues ha inevitabilmente mutuato lo stesso vissuto confusionario, nomade, disordinato, contingente, estemporaneo, soprattutto quando si parla di songwriting. Della serie che un riff capitato chissà come fa la Storia (Seven Nation Army), esattamente come un disco ragionato e apparentemente decisivo (l’esordio solista Blunderbuss) è capace di non convincere del tutto (per lo meno a certe latitudini, chiedete al nostro Stefano Solventi, con cui tra l’altro concordiamo).

Lazaretto è la replica che non ti aspetti, i panni lavati nella Nashville in cui White vive attualmente (Entitlement) e infeltriti a suon di riff acidi di chitarra elettrica e controtempi (l’ottimo strumentale High Ball Stepper), pianoforti honky tonk che non sarebbero dispiaciuti agli Stones (Alone In My Home), funk-blues dinamitardo (Three Woman), hip hop elettrico su riff quasi zeppeliniani (Lazaretto), ballad sudiste (Temporary Ground) e concessioni a nostalgie ben mascherate (il Buddy Holly che sembra fare capolino in Just One Drink). Un anno e mezzo di lavoro sull’album (con tanto di overdubbing tutt’altro che marginale e, in qualche caso, davvero originale, vedi il lavoro su That Black Bat Licorice) non solo non pregiudica il risultato finale, ma addirittura esalta l’immediatezza di prime registrazioni iniziate ai tempi del tour di Blunderbuss e portate a termine celermente con i musicisti del periodo. O perlomeno questo è quello che sembra di cogliere da un disco dall’estetica essenziale ma non ordinaria – a titolo di esempio valga una Would You Fight For My Love? che parte come una ballata e finisce per citare certe arie morriconiane –, che parafrasa nel titolo una volontà di isolamento dell’ex White Stripes (“Mi impongo sempre delle restrizioni; credo che la mia fantasia sia venir rinchiuso in quarantena in qualche ospedale” ha dichiarato il Nostro a NPR) e incorpora nei testi alcuni vecchi scritti di un White diciannovenne ritrovati in qualche scatolone ammuffito.

Che il risultato sia all’altezza o meno (e questa volta lo è), nei dischi del chitarrista americano c’è sempre una sorta di onestà intellettuale senza troppi filtri e un trasporto quasi adolescenziale, in parte mutuati dal suo essere un alfiere dei tempi che furono – encomiabile il lavoro di “riscoperta analogica” che porta avanti la sua etichetta discografica, Third Man Records – e in parte riconducibile alla consapevolezza del peso che ricoprono le coincidenze e le casualità nel processo creativo. Lazaretto, in questo senso, funge da magnete, attirando verso di sé un universo di suoni spumeggianti, agili, talvolta persino contrastanti, per uscirne infine vincitore.

6 giugno 2014
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