Recensioni

E’ naturale che Blackshaw cerchi da tempo di allargare lo spettro espressivo della sua musica giocando per lo più ad ampliare la tavolozza della strumentazione, anche se questo tipo di percorso ci sembra diventato ormai sterile. La figura del chitarrista solitario che gioca con le infinite tonalità del fingerpicking cominciò a stargli stretta quando fece il grande passo nel roster della Young God con The Glass Bead Game.
La stanchezza di un disco come Love is the Plan, the Plan is Death si spiega quindi con uno studio estenuante sul lato formale alla ricerca di non si sa bene cosa, forse di una nota acuta di piano nel fraseggio svagatamente jazzy di And I Have Come Upon This Place by Lost Ways – con guest vocalist Geneviéve Bealieu dei Menace Ruin – o nella brutta coppia di Yann Tiersen che ci viene servita con The Snows Are Melted, the Snows Are Gone. Altra cosa quando Blackshaw posa la mano sulle corde della chitarra.
Siamo pur sempre distanti dall’intensità di dischi come Sunshrine e O True Believers che qualche anno or sono, insieme a Raag Manifestos di Jack Rose, portarono alla riscoperta di Robbie Basho, ma non si può certo dire che brani come Her Smoke Rose Up Forever siano alla portata di chiunque. Eppure, tutto suona un po' troppo automatico per uno come lui. Blackshaw ha ormai bisogno di voltare pagina, di trovare un percorso che lo riporti indietro. Magari alla semplicità dell'esordio Celeste, riletta con la maturità del professionista. Sembra facile a dirsi ma da realizzare è piuttosto difficile, considerato anche che le ultime scelte vanno esattamente nella direzione opposta.
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