Recensioni

TOP
8

L’avrete sentita decine di volte questa storia, eppure ve la racconto lo stesso. Correva l’anno 1962 quando Syd Nathan, manager della King si rifiutava di incidere e pubblicare la performance live di uno tra i cavalli più promettenti della scuderia, James Brown and The Famous Flames. Le ragioni erano chiarissime: al di là della sfiducia che tali show – peraltro già assurti al rango di leggenda – potessero funzionare nella bidimensionalità senza umori e odori del disco di vinile, la sua mente ragioniera non concepiva altre partite doppie se non quelle edificate su pile di 45 giri, il formato principe del periodo.

Giocoforza, James si tenne stretta l’idea, e decise di prodursi da sé. Poi consegnò i nastri all’occhiuto manager che – constatato quanto poco avesse da perderci – li pubblicò. Le vendite non furono né scarse né consistenti: furono uno sfracello, un cataclisma, un autentico terremoto. I mercati e le giovani generazioni ne furono scossi. Nathan, presumo, pure. Oggi, sepolto da decenni di black music ad altissima definizione, Live At The Apollo è ben lungi dal suonare come mera documentazione: ti tuffi nell’adrenalina antica e la scopri viva, guizzante, per nulla muffosa come i peggiori tra voi possono – anche solo per un nanosecondo – aver pensato.

Basti sentire come Lucas “Fats” Gonder (l’organista della band) riscalda l’atmosfera scandendo i titoli dei pezzi come fossero le portate succose riservateci dalla Provvidenza in persona. Dopodiché, lesti ad aprire il sipario della fantasia, ché Mr. Dinamite Brown prende possesso del palco in un bailamme di fiati e gighe di corde. E’ proprio il caso di figurarselo: corona dentaria sfavillante, quasi oltraggiosa in quel volto di pelle tesa, lo sguardo che insegue il punto preciso dell’energia, da qualche parte tra i 1500 convenuti all’Apollo e il rovello inquieto della propria anima. Quindi, dopo uno sparo di voce che mette in riga l’adrenalina, I’ll Go Crazy sboccia in un tripudio d’eccitazione, il blues ammannito da chitarre marpione e fiati spavaldi, i cori in bilico, il canto tra orgasmo e collasso.

Quindi l’attacco di Try Me: nel clamore del pubblico che buca il tessuto sonoro, tra i sax che ammiccano sapidi, nella smania del microfono che perde contatto con la voce, si nascondono il segreto e l’incanto, una ruvida fragranza che non muore (e sia benedetta per questo). Un breve stacco strumentale, pochi secondi come un cambio di scena, e ci investe Think, dinamo beffarda e prodigiosa, con quel riff di ottoni in libera uscita, l’agro stramazzare delle corde, l’irresistibile clap-hand e la grazia di un fugace assolo di sax tenore. Beh, l’interpretazione di Mr. Brown: null’altro che mercurio bollente, febbre d’invasato, agitazione molecolare in rapida espansione.

Altro stacchetto prima di I Don’t Mind, blues a luci spente affidato a un barbaglio d’organo, il dialogo stretto di basso e batteria, la complicità dissacrante del coro, chitarra e voce come un unico disegno tormentato. Segue Lost Someone, ovvero il soul, il soul, il soul: per un minuto buono il Re degli sbruffoni declama, si dispera, si discolpa, poi decide di spiegare i misteri dell’anima affranta. Sarà un racconto lungo, fatto di promesse stritolate, di minacce, di graffi sul cuore, di emozioni che traboccano improvvise, mentre la band sembra assistere compiaciuta, srotolando un loop cupo e sornione (bella l’evanescenza d’organo di Bobby Byrd), imperturbabile alle urla laceranti delle signorine del pubblico, in chiaro – e comprensibile – visibilio.

E’ tempo di raccogliere ciò che è rimasto delle coronarie, e d’imbarcarsi sul folgorante medley che in appena 6’ e 27’’ schiude un intero scrigno di preziosi: si parte col tripudio di Please Please Please (espettorato come un dardo), segue una scaglia struggente di You’ve Got The Power, quindi la capricciosa I Found Someone, la carnale Why Do You Do Me Like You Do, l’impertinenza accorata di I Want You So Bad, le luci soffuse della romanticona I Love You, Yes I Do (dove la superficie sembra progressivamente inacidirsi e quindi cedere al tormento), e poi il blues allucinato e stridulo di Strange Things Happen, la zampata ormonale di Bewildered e infine il ritorno – trionfale – su Please Please Please, con quelle vocali crudelmente esasperate, come la più dolce e vitale delle disperazioni.

Per concludere, niente di meglio che salire sul Night Train, stranito e trascinante archetipo funk, sclerosi RnB dalla ritmica centrifugata, epifania fisica e fuga in avanti (sotto i palmeti vorticosi dello ska), con la memoria a tutto un secolo di eccitazioni black. Un prodigio, un portento, una furia.

Tuttavia, la polpa del successo di Brown va collocata qualche anno più avanti, tra quei funky implacabili (Sex Machine, I Got You, Papa Got A Brand New Bag…) che definiranno un genere per dettarne mille altri: tutta la black music dovrà loro qualcosa, e così l’house, l’onda lunga del crossover, l’hip-hop e finanche certa dance più intrigante ed evoluta.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette