Film

Add to Flipboard Magazine.

In principio fu Edward D. Wood Jr., nominato dai critici della sua epoca “il peggior regista di sempre” e divenuto nel 1994 il protagonista di Ed Wood, la pellicola semi biografica diretta da Tim Burton; qualche decennio dopo il pregio dell’assoluto negativo se lo guadagna un piccolo titolo indipendente tenuto in sala per pochi giorni, capace di incassare negli Stati Uniti soltanto 1.800 dollari (su 6 milioni spesi, capirete il flop). Non c’era dubbio: The Room, opera prima di Tommy Wiseau – che l’ha scritto, orchestrato e prodotto – era  il film peggiore della storia. Mai visto fino a quel momento un concentrato di cattiva recitazione, pessima sceneggiatura e livello tecnico così scarsi da che se ne aveva memoria, un caso cinematografico che ha scatenato da una parte la ferma reazione dei media, dall’altra l’insperato entusiasmo del pubblico che ne garantì la vita oltre la breve distribuzione grazie a proiezioni di mezzanotte, festival minori e mercato home video.

All’inizio degli anni Duemila, The Room era già diventato un cult, e le ragioni vanno ricercate nelle più classiche e inconsce pratiche dell’umano: la fascinazione per il mostruoso, l’empatia per il fallimento, il piacere e il gusto per l’estremo (anche se, in questo caso, si trattava di un oggetto chiaramente “brutto”). E se la società dello spettacolo spinge lo spettatore verso una sorta di visione forzata in cui riconoscere i propri pregi e ridere dei difetti dei personaggi, l’opera di Wiseau era un concentrato pericoloso di tutto questo, ma involontario, innocente e stranamente puro. Dalla realizzazione del film e dalla psicologia complessa dell’autore parte The Disaster Artist, senza dubbio il più riuscito e godibile dei lavori di James Franco in veste di regista e attore, perché qui recita la parte del protagonista in maniera eccellente; non che i suoi adattamenti di Faulkner (As I Lay Dying, The Sound and the Fury), McCarthy (Child Of God) e Steinbeck (In Dubious Battle) non lo fossero, anzi; solo che lì mancava una certa precisione e una visione d’insieme davvero coerente. Ciò che invece si misura in tutta la sua bontà in quest’ultima fatica.

Vicino al suo personaggio in senso fisico e spirituale, Franco non lo abbandona mai per esacerbare qualsiasi critica e osservare la vicenda dall’alto, ma si pone dentro la storia e al fianco della realtà filtrata dagli occhi di Wiseau: un uomo completamente privo di talento nelle cui profonde insicurezze il regista nasconde, forse, quelle private di un rapporto con il mestiere dell’arte da sempre conflittuale. Artista poliedrico, spesso incompreso, Franco dirige, recita, dipinge, scrive, insegna, ma ha conosciuto anche la sconfitta, le critiche, il rigetto da parte dell’industria che conta; mentre oggi, come se non bastasse, è al centro dello scandalo dei sexual harassment dopo la denuncia di due ex-studentesse.

Tuttavia, nel film non si respira aria di commiserazione né di facile svalutazione del soggetto, perché la mano dell’attore di Spring Breakers è lieve, affettuosa, quasi protettiva nei confronti dell’”artista disastrato” del titolo a cui fa percorrere il più classico dei percorsi, tipico degli eroi fiabeschi; colui che riesce, nonostante gli ostacoli e i limiti evidenti, a realizzare un sogno per altri solo mirabile. C’è poi sotto la forma e il piacevole divertimento una riflessione più intelligente sul peso di quel sogno, sulla strumentalizzazione che ne deriva, e sul significato di successo nel bene e nel male. Oltre all’idea che “mostri” come Wiseau, (un po’ pedissequamente a quanto raccontato quest’anno dallo splendido Tonya di Craig Gillespie) sembrino figure necessarie alla modernità per espiare certi desideri malsani e assecondare i bisogni di autorità superiori. L’America, nella fattispecie dell’industria hollywoodiana.

23 Febbraio 2018
Leggi tutto
Precedente
Felpa – Tregua Felpa – Tregua
Successivo
Rigolò – Tornado Rigolò – Tornado

Altre notizie suggerite