Film

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Il gusto per l’ossessione, il peso ingombrante delle radici, il tuffo sconsiderato verso l’ignoto per alimentare una ambizione sconfinata, un viaggio da compiere contro tutti e contro se stessi, sono da sempre i punti fermi sui quali ruota l’idea di cinema e racconto di James Gray. Era così per la spirale di odio e vendetta in cui precipitava Joshua in Little Odessa, per la voglia di ricominciare di Leo in The Yards, o ancora per il desiderio di emancipazione di Bobby ne I padroni della notte. La svolta, formale, nel 2008, quando diventa evidente che il melodramma è il terreno più congeniale dell’autore e non a caso arriva il capolavoro Two Lovers – sofferta rilettura dostoevskijana sull’imprevedibilità dei sentimenti umani – e il ritratto impressionista di C’era una volta a New York, ancora un viaggio, ancora una immigrata in cerca di speranza e alla scoperta di falsi idoli. Il sentimento al centro di tutto, la possibilità di sfidare un fato che appare come già scritto, definito e scardinarlo, ribaltarlo, con i rischi che ne conseguono a piombare come un macigno sul capo dei protagonisti. Come capita a Percy Fawcett, l’esploratore al centro di Civiltà perduta – altro tentativo strabiliante di costruire un ponte tra classicità e modernità, con modi e tempi che riecheggiano il gusto per la scoperta, l’esaltazione della missione, il coraggio di mantener saldi i nervi anche quando le probabilità di successo sono ai minimi termini.

Quella di Roy McBride in quest’ultimo abbagliante e introspettivo Ad Astra è un’altra epopea che cristallizza ancor di più l’intento di Gray di inserirsi tra i cantori del mito, tra quei cineasti in grado di operare una sintesi precisa e personale tra due mondi all’apparenza lontanissimi come il cinema hollywoodiano e quello europeo, tra sguardo d’autore e ricalibratore di codici che appartengono da sempre al patromonio genetico del classicismo a stelle e strisce; lo si diceva già all’epoca del succitato I padroni della notte, cinema di genere capace di mediare tra Bresson e Coppola, o ancora tornando al più recente Civiltà perduta, sorta di punto d’incontro tra l’epica di Lean (Lawrence d’Arabia) e il reportage di Herzog (Fitzcarraldo). Allora, come quella città a lungo sognata in mezzo ai boschi di una foresta non segnata sulle mappe era il giusto contraltare alla sconfinata ambizione del protagonista che schizzava fuori dallo spettro del plausibile, lo spazio profondo e inesplorato che Roy è costretto (e a un certo punto vuole a tutti i costi) affrontare è la metafora migliore possibile per restituire il senso di smarrimento di un’anima alla deriva, prosciugata da qualsiasi tipo di emozione, obbligata a indossare una mascolinità ingombrante e deleterea, pur di tenere il passo col mito del padre, con cui è non è mai cresciuto e che tempo addietro è partito per una missione pionieristica.

Lo slancio enfatico verso le stelle come accettazione delle proprie debolezze e superamento di esse, la voglia ancora una volta di confrontarsi con i propri spettri, con radici che si attorcigliano al collo fino a strozzarci, con quel senso di soffocamento dettato da primi piani ravvicinatissimi che riflettono proprio un’impossibilità a uscire da un circolo all’apparenza vizioso e non sovvertibile. Per ritrovare il proprio io e uscire veramente a riveder le stelle bisogna sgretolare il mito, bisogna farlo a brandelli ed equilibrare le proprie convinzioni, che sia l’accettare che il proprio genitore non è il pioniere tanto decantato da tutti o che nello spazio non ci sia vita oltre a quella terrestre. In fondo, il cinema di James Gray porge da sempre ai suoi protagonisti – con fare a dir poco accondiscendente – un’àncora di salvezza, e in Ad Astra questa risplende maggiormente (proprio per la sua ambientazione in «un’epoca piena sia di speranza che di conflitti»), forse come non ci saremmo mai aspettati: una mano tesa verso l’altro e questi che, a incubo finito, ci dice di non preoccuparci. Che andrà tutto bene.

29 Agosto 2019
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