Recensioni

Volendosi ricollegare a quel dimenticato Le 24 ore di Le Mans (Lee H. Katzin, 1971) con protagonista Steve McQueen, il titolo italiano del nuovo biopic di James Mangold, Le Mans ’66 – La grande sfida, è da aggiungere alla lunghissima lista delle traduzioni sbagliate. Ciò che probabilmente non funzionava per il mercato italiano in Ford v Ferrari – questo è il titolo originale – il fatto che anticipasse il vero scontro su cui ruota la straordinaria storia scritta da Jez Butterworth (Spectre, Black Mass, Edge of Tomorrow), ovvero quello tra la due più importanti case automobilistiche al mondo nel contesto di Le Mans 1966 (dove la Ford ha vinto per la prima volta grazie alla famosa GT 40); ma essendo il film narrato dal punto di vista statunitense, era quantomai logico che il cavallino modenese ne uscisse come un impegnativo antagonista da superare, denigrare e domare. Arginato il “pericolo” di spoiler e portando avanti uno strano amor di patria, lo sbaglio della traduzione sta proprio in questa voglia di tacere su un elemento fondamentale che non ha niente di spudoratamente denigratorio nei confronti dell’Italia e delle sue bellezze.
L’impostazione western di Le Mans ’66 – La grande sfida non tratta di una singolar tenzone tra paladini, come nel caso della Formula 1 di Rush (Ron Howard, 2013) o nel Wimbledon di Borg McEnroe (Janus Metz, 2017), ma di una lotta tra scuderie di “pionieri” che, con diversa ideologia ma ugual passione, partono alla conquista disperata dell’oro più luccicante e sfuggente: la velocità. Semmai sono i tronfi e bellicosi amministratori ai piedi di Henry Ford II (un grandissimo Tracy Letts) a risultare gli unici antagonisti di sé stessi, nel momento in cui arrancano nel portare l’eredità del passato (quella del fondatore, Henry Ford) all’interno degli eccessi della modernità anni Sessanta. «Pensi che Roosevelt abbia sconfitto Hitler?» chiede Ford II mentre illustra all’ex pilota e designer Carroll Shelby (un moderato e preciso Matt Damon) la grandezza della sua industria, dove nella Seconda Guerra Mondiale sono stati costruiti «tre quinti dei cacciabombardieri americani». Non è un caso se pensiamo all’altra (e storicamente più importante) battaglia industriale, la corsa allo spazio giocata contro l’URSS e culminata nell’epocale conquista della luna nel 1969.
Nel vecchio continente, padrone nella sua reggia ottocentesca, un elegante e statuario Enzo Ferrari (Remo Girone) coordina la produzione “artigianale” della sua cavalleria da vicino, come fosse parte integrante della Macchina: mentre la sua prima scena lo inquadra nella tranquilla solitudine di una colazione allestita all’interno della “scuderia”, Ford II urla ai suoi dipendenti dall’alto di un balcone sopra la catena di montaggio (senza contare che non è mai salito su una delle auto da corsa che fabbrica). E sebbene la raffigurazione della casata Ferrari possa incappare qualche volta in una leggera e ironica accezione mafiosa (alla fine Girone ha avuto un successo internazionale proprio grazie al suo antagonista della serie televisiva La piovra), persino gli americani più patriottici, che basano il marketing sui ragazzi-copertina e sull’ipocrisia di un’immagine moralmente accettabile dell’uomo a stelle e strisce, non possono negare l’innata e provocante bellezza dei prodotti italiani («Se fosse una gara di bellezza, avremmo già perso»).
In una piccolissima sequenza capace di cancellare la banalità del dualismo da telecronaca, Mangold proietta in una roundtable della Ford i motivi per cui le nuove generazioni (quelle del boom economico del secondo dopoguerra) rimangono così affascinate dal glamour a firma italiana: da una parte bramano le auto della Ferrari perché simbolo di un’elegante sregolatezza, dall’altra assaporano sul grande schermo i piaceri della dolce vita (il film di Fellini era uscito nel 1960) e il trionfo sessuale di attrici intramontabili come Sophia Loren e Monica Vitti (macchine e donne, binomio tipico nel cinema di stampo maschile). Purtroppo, di contro, Enzo Ferrari è molto più tagliente e crudele nell’opinione che ha dei rivali, nonostante un profondo rispetto per ciò che Henry Ford aveva creato negli anni Trenta (il sistema di produzione fordista): «tornatevene nelle vostre brutte fabbriche» tuona subito dopo aver rifiutato un subdolo accordo finanziario che avrebbe dovuto legarlo a Ford II, del quale non riesce ad avere una buona considerazione.
La straordinarietà di un film di scrittura come Le Mans ’66 – La grande sfida risiede anche nel perfetto equilibrio delle sue parti («come la macchina è fondata da diecimila parti, così l’azienda») e il merito va attribuito alla regia classica, solida e dinamica di Mangold. Senza dimenticarsi del lato più adrenalinico e spettacolare con cui si apre e si risolve (ma non chiude) il film, il cineasta newyorkese non solo affina il proprio sguardo storico dentro le logiche politico-aziendali che manovrano la “corsa all’oro” della Ford (come già detto, è la protagonista del film), ma restituisce al fattore umano l’importanza necessaria, proprio come aveva già fatto Howard (un altro regista “da studios”) nell’inscenare il duello mortale tra Niki Lauda e James Hunt; è in questo che la casa statunitense sembra peccare di più, in un’utilizzo strumentale degli uomini che dovranno affrontare una delle gare più estenuanti mai pensate.
Così la coppia di cowboy formata dal diplomatico Shelby e dall’irascibile pilota e ingegnere Ken Miles (un Christian Bale spigoloso e superbo nel non essere un «uomo Ford»), quando riesce a mettere da parte le buffe divergenze da buddy movie, si consolida e fortifica nel combattere la dittatura trita-tutto della macchina fordista; «l’auto non è un missile» si lamenta Miles non volendo capire minimamente le assurde direttive aziendali sulla realizzazione della GT 40, lui che la considera uno stallone (femmina) a cui bisogna dimostrare gentilezza. E alla fine, quando la catena di montaggio sembra avere la meglio sul libero arbitrio degli ingegneri e dei piloti, ci si ricorda dell’incipit del film, con Mangold che distorce lo spazio dell’inquadratura mettendo la camera davanti all’auto, in una semplice ma potente soggettiva: lontano dagli uffici, dalle fabbriche, dagli ordini, dalla televisione, dalle aspettative, dalla fama, dagli affetti. Solo il pilota (un semplice essere umano) arriva a domare la pericolosità della strada, in un movimento che lo spinge verso la solitudine e la fatalità di «un corpo che si muove nello spazio e nel tempo».
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