Recensioni

Scritto sulla base di due autobiografie, The Man in Black e Cash: An Autobiography e approvato dallo stesso CashWalk The Linesegue la struttura classica del biopic, affastellando gli eventi, ricercando le motivazioni profonde del protagonista in traumi infantili e da lì partendo, narrando in superficie, senza mai approfondire realmente (l’esempio più recente è Ray, di Taylor Hackford).

E’ questo il maggiore difetto del peraltro godibile film di James Mangold, più di due ore inseguendo un amore tenace, quello di Cash per June Carterdella Carter Family, cantante e intrattenitrice, mentre rincorre i propri demoni, tra alcool, rivalsa e anfetamine, sensi di colpa nei confronti della famiglia, il successo e l’affermazione professionale sempre maggiori.

Il film si apre sulle immagini del gennaio 1968, con Cash prima di andare in scena: ci troviamo nel carcere di Folsom, in California, dove il musicista ha deciso, contro il parere della casa discografica – la Columbia – di tenere un concerto, dopo aver letto le numerose lettere di stima che gli arrivano dalle carceri americane. Parte poi un lungo flashback, cominciando dall’infanzia in Arkansas, con un trauma profondo a segnarlo per sempre: la morte in un incidente del fratello maggiore, il figlio preferito dal padre. Proprio il rapporto con il genitore è il leit motiv del film: da una parte c’è in Cash il rimpianto per aver lasciato da solo il fratello prima dell’incidente, dall’altra il sentirsi inadeguato rispetto alle aspettative paterne e, in generale, il senso di colpa che per questo lo accompagnerà.

Colpisce innanzitutto l’aderenza calligrafica diJoaquin Phoenixal ruolo di Cash (nonché una buona somiglianza fisica), e la scelta di farne un antieroe vulnerabile e debole, una marionetta mossa da fili altrui, in cui solo in minima parte si avverte la tensione, la passione musicale e il senso del suo essere artista e musicista straordinario, l’inquietudine e la trasgressione che lo muovevano nella vita e nell’arte, le tematiche che gli stavano più a cuore, dai diritti dei detenuti a quelli dei nativi americani. L’uomo è in primo piano, e forse non poteva essere altrimenti in un film del genere; la crescente pressione dovuta al successo e alla fatica dei lunghi tour lo portano ad avvicinarsi alle anfetamine, fino al plateale arresto nel 1965 e al crollo, da cui fu salvato proprio dalla Carter e dalla famiglia di lei. Solo dopo un lungo inseguimento sentimentale, durato una decina d’anni, June accetterà di sposarlo, e a questo punto si avrà anche un parziale riavvicinamento con il padre, uno sciogliersi della tensione che li aveva portati l’uno contro l’altro.

Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon (quest’ultima in un’interpretazione che le ha appena fruttato un Oscar) fanno del loro meglio per entrare nei panni dei due protagonisti ( “ Finite le riprese mi sono sentito abbandonato, totalmente perso, senza un’ancora di salvezza. Non avevo mai lavorato così a lungo su un personaggio. Ogni giorno non facevo altro che documentarmi su John, ascoltare John. John era tutto“, parole di Phoenix), attraverso un tour de forcea cui si sono sottoposti; sono essi stessi infatti a interpretare le canzoni di Cash e della Carter, in una colonna sonora curata da T-Bone Burnett, uscendone bene tutto sommato. Poi bastano pochi minuti sullo schermo, e Robert Patrick, nel ruolo del padre di Cash, una delle figure chiave del film, oscura tutti.

Walk The Line, rigare dritto, è quello che Cash continua a promettere alla moglie Vivian (da cui poi divorzierà), quel che cerca di fare per tutto il film, nonostante le numerose tentazioni. Spiace che il sottotitolo originale, Love Is A Burning Thing (da Ring Of Fire) sia stato impropriamente reso come Quando l’amore brucia l’anima, che è diventato il titolo italiano. Edizione italiana d’altra parte meritoria, quando traduce tutte le canzoni nei sottotitoli.

In definitiva un film “divulgativo”, arricchito da buone interpretazioni, per un prodotto che si fa vedere e scorre agevolmente, puntellato dal commento delle canzoni, che aderiscono perfettamente alla vicenda. Da un biopic hollywoodiano non si poteva veramente chiedere di più.

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