Recensioni
James Ponsoldt
The End of the Tour - Un viaggio con David Foster Wallace
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Davide Cantire
- 10 Febbraio 2016

«Lui voleva di più di quello che aveva. Io volevo esattamente quello aveva già». In questa frase, pronunciata da un commosso David Lipsky, sta il senso e la differenza tra due personaggi così affini professionalmente, ma così distanti emotivamente. Da una parte David Foster Wallace, autore di culto, star generazionale chiamata a raccogliere l’eredità di DeLillo, Pynchon e Borges, riluttante nell’identificarsi nel successo da poco acquisito e sempre più consapevole che la vera felicità, la vera superiorità, risieda nella vita degli ultimi; dall’altra David Lipsky, giovane e disincantato scrittore, dotato di una fredda lucidità, bramante del successo mediatico e la cui ambizione non conosce freni.
Un po’ come Aaron Sorkin che decide di ricreare tre backstage ipotetici nella vita e carriera di Steve Jobs, Donald Margulies decide di raccontare lo scrittore americano ripercorrendo cinque giorni alla fine del suo tour promozionale per il lancio di Infinite Jest, accompagnato dal cronista di Rolling Stone, David Lipsky, che dall’esperienza ricaverà il libro Come diventare se stessi. Lontano dagli schemi convenzionali del biopic, The End of the Tour è il resoconto dell’incontro tra due solitudini che cercano nell’altra un appiglio per non risultare patetici, per andare avanti con la propria incomprensibile, enigmatica sofferenza. Costruito come una piacevole pièce in tre atti, la pellicola di James Ponsoldt non ambisce mai (ed è il suo merito più grande) a rappresentare un compendio significativo di David Foster Wallace; anzi, fornisce quegli elementi peculiari, caratteristici del suo carattere e della sua prosa fatta di interminabili discorsi, ben articolati su ogni genere di argomento, per spingere lo spettatore a riscoprire la persona, l’autore, quella figura che nella metà degli anni Novanta era paragonabile a una rockstar. Autentico fenomeno generazionale, Wallace conobbe una fama senza precedenti con il suo secondo (e ultimo) romanzo: Infinite Jest. Un fiume di parole in piena sui suoi temi più cari (dall’analisi del rapporto tra società contemporanea e media, al peso del talento, catalizzatore di alienazione dal mondo circostante), che gli avrebbe reso evidente l’effimerità del successo.
Ponsoldt, da sempre estimatore dello scrittore dell’Illinois (per sua stessa ammissione), tenta al massimo delle sue capacità di restituire la sua versione dell’uomo dietro al genio, dell’inadeguatezza di fronte al tempo presente di una persona profondamente capace di leggerlo e analizzarlo nel suo aspetto più inquietante; preconizzatore del cambiamento che la tecnologia avrebbe portato da lì a pochi anni, Wallace teme anche che la sua figura pubblica, caratterizzata da quello stile trasandato e “normale”, possa apparire fittizia: né è terrorizzato. Soprattutto per questa ragione non sapremo mai con chi abbiamo a che fare nel corso della pellicola, anche se la risposta è più volte suggerita dalla performance di Jason Segel, semplicemente perfetta. Non è un caso se la scelta del regista sia ricaduta proprio su di lui: star della sit-com di successo How I Met Your Mother, Segel era a un bivio nella sua carriera: continuare in maniera proficua con le comedy, oppure provare a fare un passo in avanti, a misurarsi con sfide più grandi? Il parallelismo tra Wallace e Segel è innegabile e l’attore losangelino dona anima e corpo a un progetto che non sarebbe potuto essere lo stesso senza la sua presenza; tra una camminata goffa e un’ondata di bontà contagiosa, ammiriamo il suo David Foster Wallace e i suoi siparietti ora intellettuali, ora banalmente quotidiani, con il David Lipsky impersonato da un bravo Jesse Eisenberg.
Ponsoldt, davanti a cotanto carisma, si fa da parte e lascia che siano il copione e, soprattutto, i suoi attori a parlare e farsi carico dell’intero film. D’altronde, porre l’accento su un road movie così intimo e dalla confezione così squisitamente indie, sarebbe risultato del tutto superfluo (per non dire inutile). L’incontro di due solitudini non riduce il senso di disagio degli individui, così anche alla fine di The End of the Tour si ha la sensazione che un’aura di assenza abbia preso possesso di noi, desiderosi di cogliere l’invito ad approfondire, analizzare e (magari) leggere (per la prima volta o sotto un’altra luce) le parole di un autore troppo immerso nel suo tempo, e, per questo, non ancora compreso appieno.
Presentato un anno fa al Sundance Film Festival, dove è stato accolto con entusiasmo, prima di approdare nelle sale italiane il prossimo 11 febbraio, è passato anche per la scorsa Festa del Cinema di Roma.
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