• Giu
    02
    2015

Album

Young Turks

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In Colour, il primo vero disco di Jamie xx, ovvero l’arte di non fare assolutamente niente di nuovo ma di farlo meravigliosamente bene. Se già questa era la peculiarità dell’intimismo pop a marchio XX (che sono di fatto l’aggiornamento ai tempi dell’indie e dell’hype dei troppo spesso dimenticati Young Marble Giant, ma con una sincerità e una classe che difficilmente possono lasciare indifferenti), anche Jamie Smith di fatto altro non fa che prendere quel Kieran Hebden che da sempre ne è mentore e faro guida rivestendolo della propria inconfondibile sensibilità; sensibilità che – con questo disco ne abbiamo la definitiva conferma – è anche un’importante fetta dell’estetica XX.

Uk garage e patine house quindi, ombrosità soul e post dubstep, fascinazioni da club dimenticato e atmosfere post rave, esotismi folktronici assortiti e loop irruviditi, il tutto trasfigurato dall’approccio intimamente psichedelico che nasce in chi l’elettronica preferisce ascoltarla e comporla nella solitudine della propria cameretta piuttosto che viverla e ballarla nei club.

La traccia che apre la cromoterapia sonora del buon Jamie è Gosh, secondo singolo estratto con relativo (e senz’altro suggestivo) videoclip, già programmatica dell’intero lotto: su una base di jungle residuale e vocals di dancehall urbana s’innesta una fluttuante melodia vagamente space, per un risultato complessivo tanto riuscito quanto radicalmente figlio dell’ultimo Four Tet di Beautiful Rewind. Fumosità da club più pregnanti nella successiva (e precedentemente già pubblicata) Sleep Sound, tra le cui pieghe fa capolino anche l’omaggio ad un altro illustre collega accademico di Smith, tale William Bevan ai più noto come Burial. Marchiate a sangue XX sono invece le tracce che vedono la partecipazione di Romy Madley Croft (la meravigliosa spirale onirica di Seesaw, l’ottimo primo singolo Loud Places) e Oliver Sim (la buona ma un po’ inconclusa Stranger in a Room, che sembra sempre sul punto di spiccare definitivamente il volo ma senza mai riuscirci davvero). Menzione a parte per la spiazzante collaborazione con il signore americano dello SWAG ignorante Young Thug e l’artista dancehall jamaicano Popcaan: se il rischio kitsch era (soprattutto grazie al primo) dietro l’angolo, bisogna dare atto ad entrambi gli ospiti di aver adattato con grande intelligenza la propria partecipazione a quello che è il mood generale del disco, e anche se il brano rimane un episodio un po’ a sé stante sicuramente non stona con il resto e si rivela perfettamente riuscito.

In chiusura dell’album i distesi svolazzi pianistici con coda ultra ballabile di The Rest Is Noise e la già pubblicata Girl sigillano un primo album che è la summa ad oggi del percorso di Jamie xx e mostra chiaramente il mondo e l’immaginario da cui proviene, con lo sguardo perennemente puntato verso i propri modelli e classe da vendere.

1 Giugno 2015
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