Recensioni

L’evento è sold out dopo mezz’ora dall’apertura. Il piazzale è affollato e al centro vi è un solido azzurro a forma di stella, pieno di ventilatori, che saltuariamente decide di sparare getti d’acqua sulla folla. Dovrebbe essere un modo per rinfrescare il pubblico ma nessuno sembra apprezzare.Una mia amica, sempre con il cruise control for cool, mi spiega come il pubblico non sia il suo tipo di folla: troppo giovane, troppi studenti, troppo broish. Un’uscita ingenerosa visto che sono identici a lei.

Come spesso accade ai festival, sono i micro-dj con i loro set-filler, e non gli artisti principali, ad essere la cartina di tornasole dei rapporti di forza nella musica elettronica. Quest’anno, forse grazie alle sue radici americanissime, è il verbo della footwork a fare da padrone. Ospite inevitabile in ogni dj set, il sound di chicago è stato abbracciato dagli studenti d’arte diventando il simbolo di tutto ciò che c’è di edgy nell’elettronica, una bandiera per chi si vuole pensare avanguardia culturale.

Lemonade si presentano sul palco con tastiere e batteria elettronica pronti a suonare le loro dub jamz. Giovanissimi anche nell’aspetto, sono il risultato dell’invasione dei diciasettenni dell’hype-driven rock nei territori della dance, perché ormai l’indie non fa rimorchiare. Figli a metà dei Cut Copy e dei Penguin Prison, sfoggiano un’elettronica piegata ai desideri del t-shirt pop. Le loro canzoni sono un ibrido di influenze dal dubstep, alla trance passando per il rave, il tutto mentre si attinge a piene mani dai Swedish House Mafia mantenendo la forma canzone.

Pearson Sound sfodera un dj set impeccabile quanto ostico. Interamente giocato su un minimalismo dove il ritmo è il protagonista centrale. Batterie spoglie, e immerse nel reverbero, disegnano cupi paesaggi dove i synth sono la sola occasionale quanto minacciosa luce. Snare saturati dal fuzz e percussioni africane, breaks e bassi fragorosi: Kenney mette in mostra una disciplinata ricerca di purezza stilistica.

Jamie XX è l’ultimo artista della serata. Un set tra ansia e melanconia all’insegna della sua NY is killing me, sonorità liquide, abissali, attraversate da leggerissimi synth e lunghe note di archi. Putroppo dopo il suo eccellente set per Boiler Room ci si sarebbe aspettati qualcosa in più rispetto alle solite sonorità post-dubstep da inizio 2011. Forse gli impegni con gli XX non gli hanno lasciato tempo per spulciare Boomkat.

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