• Mar
    31
    2017

Album

Virgin

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A ben 7 anni da Rock Dust Light Star (su queste pagine a suo tempo amabilmente stroncato dal buon Braggion) riecco Jay Kay, e sembra non sia passato un giorno: un poco imbolsito e inciccionito, ma ancora capace di sculettare come si confà ad un navigato amatore come lui. Dall’acid jazz alla disco funk, andata e (non) ritorno, grossomodo siamo ancora dalle parti Funk Odissey, e senza particolari scossoni.

La ricetta è ancora quella, e finché funziona non si cambia. Quindi lustrini e cappellini di sbieco, e signori si torna in pista: le chitarrine liofilizzate e i bassi corpulenti almeno quanto lo stesso Kay, gli archi sintetici e i corretti, i clapping (che ormai nel 2017 fanno tanto old-school), ritmica che nemmeno per sbaglio si schioda dall’un-due house e sberluccicanti cascate di pailettes tutte 80s. Su tutto il falsetto di Jay, piacione e paraculo come non mai. Rispetto al deludente album del 2010, almeno a questo giro l’effetto ingessato è (parzialmente) scansato: il pilota automatico è inserito da manuale e di mestiere ce n’è tantissimo, ma la svecchiata ai suoni è evidente e l’effetto “paccottiglia” evitato. Ascoltiamo esattamente ciò che ci eravamo aspettati con il tempo che il piedino, volente o nolente, inizia a batterlo; del resto Kay questi ingredienti li sa condire a dovere e non lo scopriamo certo ora, con tanto di videoclip come Cloud 9 a confermarcelo ancora ben capace.

Qualche stoccata un po’ più coraggiosa prova anche a fare capolino qua e là, vedi la title track con i suoi robotismi à la Daft Punk di RAM (il riferimento che tutti tireranno in ballo), carini e apprezzabili ma non convincenti al 100%. Il tema portante dovrebbe poi essere la schiavitù dell’uomo moderno, succube di tecnologie e social network, che non riesce più ad alzare gli occhi dal suo smartphone per volgerli al mondo reale. Tutto bello e tutto giusto, ma non è che sia proprio il primo a pensarci al paradosso dell’iper-connettitività che ci isola sempre più. La stessa cosa, a dir il vero, la diceva già 20 anni fa in Virtual Insanity, solo un pochino meglio. Ma va bene anche così, si canticchia e si fanno due giravolte. Jay, tra disco e tour, può raccogliere qualche fondo in più per avere la neve anche ad agosto e lo scettro di re del funk bianco da (s)ballo è reclamato; e va anche meglio che nei dischi dei vari epigoni sbiaditi made in USA (vedi i Tuxedo di Hawthorne).

Automaton è in definitiva il vecchio amico ritrovato. Passano gli anni, cambiano le droghe, ma lui è ancora lì, a raccontarti delle stesse Ferrari che ha nel garage. Sai già benissimo come finiranno le sue storie, ma un risolino affettuoso ti scappa sempre e comunque.

31 Marzo 2017
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