Recensioni

Tra una Fred Perry modernista di Damon Albarn e il sopracciglio folto di Noel Gallagher, senza contare la chioma stirata di Brett Anderson e il dinoccolato passeggio di Richard Ashcroft, c’era anche la montatura nerd di Jarvis Cocker. Tutti abitarono le classifiche in quel periodo riconosciuto come brit-pop e anche il Nostro non si negò una capatina nelle charts. Per un momento, al tramonto del 1995, il Different Class dei suoi Pulp salì in vetta e ci rimase il giusto; ma per andare avanti si dovevano inscenare battaglie a suon di singoli (Oasis Vs Blur) oppure prendere un caffé coi legali dei Rolling Stones (se a qualcuno fischiano le orecchie, quello è Ashcroft), quindi il singer, dopo l’illuminante commiato di We Love Life, decise di ritirarsi a vita privata e relegare il nome dei Pulp nelle enciclopedie pop future.
Chi ne sentiva la mancanza ha potuto apprezzarlo in vesti di videomaker (per conto di Aphex Twin e Erlend Øye), oppure al fianco dell’odioso Harry Potter a cui ha regalato un cameo e ben tre canzoni per l’ultimo film. Poi la frequentazione assidua con proli d’arte come Nancy Sinatra e la recentissima Charlotte Gainsbourg; ma era dal 2003, annata degli estemporanei Relaxed Muscle, che Jarvis Cocker non ci (si) regalava un intero albo di canzoni. A quell’epoca si denominò Darren Spooner per cimentarsi con l’electroclash; oggi, in crescente fase “anta” (le primavere sono 43) e trovato asilo nella affascinante Parigi, l’ex Pulp rispetta l’anagrafe e si cimenta in quattordici episodi (ghost-track inclusa – Cunts Are Still Running The World, in anteprima su My Space) di peculiare istanza cantautorale.
Fans e curiosi vorranno sapere – suvvia che ci sono – se l’uomo azzarda tangenze col suo ex gruppo, quindi sveliamo subito che in Jarvis non esiste alcunché di avvicinabile a Common People o Disco 2000(sob…), semmai sono le ultime sortite (vedi la partecipazione al tributo di Serge Gainsbourg nonché al recente concerto in onore di Leonard Cohen) ad influenzare il pathos emozionale di Disney Time e la leggiadria popesque di Baby’s Coming Back To Me, laddove il pizzico di un vibrafono puntella il baritonale portamento confidenziale. Jarvis è un disco che veste il gessato aplomb del pop d’autore, e l’affinità con l’Elvis Costello più mite (si noti la ballad per piano e voce I Will Kill Again) è un fil rouge che trascende la comune passione per montatura spessa. Le chitarre suonano sommesse e mai sopra le righe, ma quando il volume prende il sopravvento le immaginiamo suonate da un Marc Bolan che parafrasa a modo suo il classico proto-rock Wild Thing (Black Magic), oppure spedite nelle orbite wave (il nostro è pur sempre un fan dei Fall…) di Fat Children.
Perdonato il peccato veniale di Heavy Weather (che di contro al nome, più che Weather Report pare una b-side di Bruce Springsteen) permane la certezza che insieme a Damon Albarn, Jarvis Cocker sia il cantore meglio assortito del post-brit-pop.
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