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Juno è prima di tutto un evento che ha agitato lo stagno dei media. Una chiassosa onda mediatica che ha percorso e poi conquistato tutti i canali di comunicazione, compreso il passaparola. Talmente a tema con alcune parole d’ordine della scombinata politica italiana che un giornalista famoso, dopo aver vistosolo il primo quarto d’ora – altrimenti non si capirebbe come mai, dato che la storia sfiora senza intercettare il dramma dell’aborto – ha issato il film come il vessillo della causa pro-life. Una manna che gli uomini di marketing sognano per tutta la vita: avere un film-eventotra le mani che si rende pubblico da sé, che genera plauso e discussione intorno, che rotola incontrastato sulla scena globale dei media, dirottando l’attenzione universale sul proprio passaggio.

Junoè il genere di film che taglia in due la società che visita. In un colpo, genera un discrimine tra chi l’ha visto e chi no, e alimenta un dispositivo capace di dare ordine e stabilire una gerarchia tra le persone che prendono parte ad una discussione. Per questo al primo passaparola si sono sostituite le code al botteghino. La forza e la potenza del film-evento ha avuto la meglio sul film in sé.

E la cosa è particolarmente sospetta. Thank You For Smoking, il film precedente diJason Reitman, aveva avuto un’accoglienza simile, e per un lungo periodo si era guadagnato l’aura del film da non perdere. E questo significa due cose: 1) Reitman è un furbacchione che gioca a fini commerciali con i nervi scoperti del mondo occidentale. Viceversa, e speriamo sia la risposta giusta: 2) Reitman è un regista che percepisce la realtà mentre gli altri la percepiscono, un uomo perfettamente consapevole dellozeitgeist, lo spirito del proprio tempo, dei conflitti che lo animano e lo lacerano. 

Tuttavia: Juno è il film che avrebbe direttoGus Van Santse fosse stato in vena di battute sboccate e corrosive, e possedesse una regia più convenzionale – i carrelli a seguire la nuca dei protagonisti, in fondo, sono il suo marchio di fabbrica. O a guardare bene: Juno è il film che avrebbe girato Wes Anderson se fosse stato un regista lineare ma non centrifugo, con una passione per l’assurdo ed il paradosso che scavalca i confini della commedia.

Insomma, Juno è la dimostrazione che anche i piccoli film indy, situati in un mondoultrapop, con la colonna sonora low-fi, chitarra e voci da country-folk (che fa ancora più indy: sentire/vedere Bubble di Soderberghper credere), possono arrivare a dire cose importanti ed a stampare nell’immaginario collettivo personaggi di spessore. Juno è un’adolescente che fa bene al nostro tempo – una ragazzina passata dentro un cartoonper adulti che ci ricorda quanto sia decisiva la libertà di scegliere, quanto conti il libero arbitrio, il coraggio di decidere, all’interno di una società irrigidita che ha già previsto leuniche mosse possibili.

Ed ha questo di generoso, Juno: riporta l’ironiaal rango di una forza sociale capace di sovvertire gli assetti e le abitudini, di crepare il muro delle certezze, di fornire nuove chiavi di accesso alla realtà. Sembra poco, eppure è moltissimo, nel tempo in cui la risata è un bene di consumo televisivo buono a riempire il vuoto tra gli spazi pubblicitari.

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