• Mar
    13
    2020

Album

Roc Nation

Add to Flipboard Magazine.

Finalmente è arrivato, quando nessuno ormai ci sperava più e si pensava che l’hype avesse definitivamente fagocitato il personaggio: A Written Testimony è l’album di esordio di Jay Electronica, roba che a pensarci viene seriamente da non crederci. Parliamo di uno che ha ricevuto endorsement da Jay-Z e Kendrick Lamar, avuto una love story con Erykah Badu e per un attimo soltanto è sembrato potesse addirittura ambire al titolo di greatest rapper alive. Poi uno va a guardarsi che cosa effettivamente ha fatto e caspita, in 13 anni parliamo di un mixtape su MySpace nel 2007, due singoli e una manciata di collaborazioni in pezzi altrui piazzate apparentemente a casaccio. Insomma, quella che doveva essere la next big thing della musica black si è dimostrata non tanto un buco nell’acqua, quanto un personaggio che dire sfuggente è usare un eufemismo, e che si è tolto in silenzio dalla disputa per la corona del rapgame in cui lo avevano un po’ a forza incastonato. Più che a Lamar o a Hov, oggi viene più da paragonarlo a Bilal: uno che ha forse più talento di tutti, ma che invece di giocare a chi ce l’ha più lungo ha preferito fare le cose a modo suo fregandosene un po’ di chiunque.

A Written Testimony è il suo racconto da santone (registrato in 40 giorni e 40 notti pare, bella per Gesù e Mosè ed Elia) tra Nation of Islam e misticanze varie. Un viaggione cosmico in cui Jay più che rappare declama, recitando parole scavate nella pietra di chissà quali tavole della legge. Tra esaspera(n)ti shootout ai principali esponenti della NOI – da Farrakhan ad Alì, da Fard a Elijah Muhammad, visioni e svarioni, occorre fruire del disco rigorosamente Genius alla mano per poter apprezzare anche solo un minimo la ricchezza immaginifica contenuta. Non ci si devono aspettare virtuosismi o strofe serrate: abbiamo già detto che di fare sfoggio delle sue skills importa a Jay come a Farrakhan importava avere la sorella alla Million Man March (quindi, relativamente poco). Lo stesso Jay-Z, che resta al fianco dell’amico e protetto per tutto il disco quasi fosse un lavoro a quattro mani (qualcuno ha già tirato in ballo il titolo di nuovo Watch the Throne, che non c’entra assolutamente nulla), è bravo a stare un passo indietro a un grande uomo, a modo suo: sembra un contorsionista per come riesce ad entrare nell’abito di volta in volta cucito (non) per lui da Jay Electronica. Pure le strumentali restano spesso di sfondo, minimali nella loro paradossale opulenza: anche qui, viaggioni cosmici e sinfonie leggiadre, loop lo-fi pieni di fruscii e batterie fuzzy. Svetta il campionamento della psych-band Khruangbin in A.P.I.D.T.A., ma è a sua volta uno svettare defilato.

Insomma, chi si aspettava il disco hip hop dell’anno da pomparsi in macchina rimarrà deluso, ma se si conosce un minimo il personaggio e la sua storia è chiaro che le aspettative andavano riposte altrove. Siamo dalle parti dell’ultimo, pomposo Kanye teologizzante, ma con meno velleità catechizzanti e più eleganza. È un disco che sembra fatto più che altro per sé stesso, per bisogno, e non per convertire. Non è sicuramente un male.

17 Marzo 2020
Leggi tutto
Precedente
Tower Jazz Composers Orchestra – Tower Jazz Composers Orchestra
Successivo
Simone Lalli – Marefermo EP

album

recensione

artista

Altre notizie suggerite