Recensioni

6.9

Per tutti quelli che avevano visto nel ritorno discografico di Jay-Z un ritorno dell’hip hop più autentico, poetica di strada contro rap da discoteca, la delusione doveva cominciare già dalla copertina. Le statue? Quando mai Jay-Z ha voluto dire statue neoclassiche? Per non parlare dell’enorme maelstrom pubblicitario che si è aperto sotto i piedi del nostro. Certo, per rispondere alle proiezioni sui palazzi di Yeezus serviva qualcosa di grandioso, tuttavia stento a vedere la grandiosità dietro al fatto di appiccicare un brand di telefonia sopra un album hip hop, tradendo tutto quello di buono che l’hip hop ha rappresentato nella sua storia. La verità è che Jeezy è abituato a tenersi in piedi in un rimbalzare continuo di trend e avrà capito di non poter reclamare ancora il ruolo di king con la solita formula, che da decenni lo ha reso grande: doveva cambiare tutto, perché non cambiasse niente. Per questo motivo il rapper ha fatto alcuni passi importanti fuori dalla sua comfort-zone, ma con risultati alterni.

Da un lato, Tom Ford, Picasso, Basquiat e altre icone del lusso contemporaneo hanno rimpiazzato le storie di perdizione e redenzione metropolitana, e se Jay-Z è sempre stato uno incline all’autocelebrazione e al beat epico, da qualche anno il mogul del rap di NY sembra strizzare troppo l’occhio a un’estetica G.O.O.D. Music di cui riesce ad appropriarsi ma senza impensierirne troppo il labelmaster Kanye West, segugio dal fiuto infallibile capace di scoprire tracce di capitale simbolico in ogni dove. Jay-Z sembra adesso come sospeso tra la solita estetica cafonal da pusher arricchito e il tentativo di alzare il livello culturale dei riferimenti, ma senza dire nulla di nuovo. C’è di sicuro l’ansia di ampliare il proprio universo tematico, traghettandolo verso qualcosa di più maturo, cosicché l’esperienza di genitore e di marito segnano un nuovo Jay-Z più riflessivo, che non ha bisogno della cocaina perché è tutto intento a cambiare pannolini. Il compito che il nostro si è posto è insomma arduo e, forse anche da plaudire, ma il risultato è ben lontano dall’essere convincente: i pannolini non sono una tematica molto cara ai gangster e al pubblico più giovane, e se da una parte possono aprire nuovi settori di pubblico al rapper di NY, al contempo potrebbero fargli perdere grip sul demografico più tradizionale.

A sopperire a tante incertezze sul versante lirico ci pensa la produzione, vero punto di forza dell’album. Del resto, dietro alla consolle siede per gran parte del tempo Timbaland, che ha scritto alcuni dei momenti più fortunati della carriera di Jay-Z (anche se non ne aveva mai curato un disco intero prima d’ora). Ennesima delusione invece il fatto che Rick Rubin, che compariva nei teaser, non sia citato nei credits di nessun brano. Così per chi attendeva un contrappunto black all’elettronica algida di Yeezus, o almeno una nuova 99 Problems, MC|HG è quasi tutto incentrato sui sintetizzatori pesanti.

Timbo ha ancora la mano ispirata e, in brani come Tom Ford e Picasso Baby, sforna beat degni dei suoi lavori classici. Ma tutto questo non è abbastanza per ri-imporre Jay-Z come leader di un hip hop che al giorno d’oggi corre sempre più veloce, dietro alle tendenze del momento. E sono molti infatti i momenti in cui i nostri si trovano letteralmente a rincorrere queste tendenze e, essendo questo un disco del tutto marketing-oriented, non risparmiano su nulla: c’è la comparsata luxury-rap di Rick Ross in Fuckwithmeyouknowigotit (su beat gigantesco del solito gigantesco Boi-1da); ci sono ospiti R&B di lusso come Frank Ocean e Timberlake; c’è una estiva “posse cut” dal cast stellare, BBC, con cui ballare in spiaggia a suon di mojito; e persino una scopiazzata da Macklemore, in Somewhereinamerica. In ultima istanza, il boss della Roc-a-fella ha cercato di recuperare tutto il meglio disponibile nell’olimpo del rap mainstream; una strategia artistica e imprenditoriale questa che si mostra però meno lungimirante di quella dell’amico-rivale, ovvero reclutare tutte le migliori nuove leve da ambiti musicali diversi e lasciarsi rinvigorire da loro.

I momenti buoni sono abbastanza buoni da alleviare il senso di nausea nel sentire Timberlake citare i Nirvana su un disco sponsorizzato da una multinazionale; ma i momenti no ci sono e pesano abbastanza per poter dire senza paura che questo è un disco assai meno riuscito e futuristico di Yeezus, con buona pace per le dichiarazioni di Timbaland. Nel complesso, MC|HG riesce a far divertire, ma si colloca al di sotto del livello dei classici di Jay-Z, di cui non possiamo non registrare una dura crisi di identità, e di credibilità, che non sarebbe esagerato paragonare a quella del suo amico Obama. A forza di nutrirsi degli status symbol della borghesia bianca americana i due sembrano col tempo aver perso la capacità di rappresentare la cultura afroamericana che li ha espressi; tant’è che Jay-Z è riuscito a spostare in avanti il processo di sbiancamento dell’hip hop con un disco che cita i Nirvana e i R.E.M., ma quasi nessun artista nero.

Per quanto la retorica black power di Yeezus, da parte di un dio coperto d’oro, possa sembrare poco credibile, ha comunque avuto il merito di riportare in auge tematiche da tempo scoparse dall’hip hop mainstream. E, alla fine, invece, cosa verrà ricordato di MC|HG, a parte il titolo pretenzioso e la nascita delle tag ‘app-rap’ e ‘dad-rap’?

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette