Recensioni

Se c’è un suono che più di ogni altro ha reso l’idea di progresso e fede nella tecnologia, questo è stato senz’altro quello dei synth e delle drum machine. In questo articolo, e diciamolo, per una volta tanto, non vi parleremo dei Kraftwerk e della loro immagine romantico-robotica, e nemmeno dei soliti krauti sul versante cosmico. È vero che un future musicale (senza il ph beninteso…) ci porterebbe all’Underground Resistance, ma sarebbe anch’esso un esempio troppo spoglio dell’idea di fede uguale tecnica che abbiamo in mente, un concetto per le vecchie masse novecentesce più che una cospirazione di sparizioni collettive.
Eccoci al nocciolo: se c’è un invasato che ha fornito esattamente questo tipo di sovrastruttura, quello è sicuramente il francese oceanic-show Jean Michel Jarre. Colui che ha dedicato una vita al binomio suono-spazio-futuro, il personaggio dall’ego espanso che avrebbe prodotto un brano con la prima session nello spazio se lo Schuttle non fosse esploso. Quel componimento non manchiamo di dire, registrato in omaggio al musicista scomparso (Ron’s Piece), fruttò a Jarre un ingaggio che portò a Houston un milione e mezzo di persone. Uno show enorme, il secondo dei megaconcerti che costellarono la sua carriera, ma sotto ai numeri c’è una sociologia: il suo successo risiede nella sua capacità d’instillare quella fede tecnologica senza frontiere il cui corollario eminentemente musicale è senz’altro stato Oxygène.
Proprio quest’album, in occasione dei suoi trent’anni (in verità trentuno visto che in Francia uscì nel 1976), è stato interamente risuonato con i synth originali da Jean Michel, con l’aiuto di dei fidi Francis Rimbert, Dominique Perrier e Claude Samard. La session (non proprio) ironicamente chiamata “dal vivo nel tuo soggiorno” è stata pure filmata in un 3D particolare (per la versione con DVD della ristampa): si tratta di una next generation della tridimensionalità senza occhialini stupidi stile Squalo 3, ma ci sarà bisogno di costosi schermi per vederla e impariamo dalla stampa che pure James Cameron pare stia già al lavoro su questo formato, mentre noi – a nostra volta ancora attratti dal delirio tecnologico – ci stiamo scordando di parlare delle sei parti dell’album.
Prima di farlo però è necessario ammettere che la riedizione d’Oxygène riporta sul piedistallo il francese dopo il tonfo colossale di Teo&Tea, probabilmente il lavoro più stroncato di questi Duemila. Noi manco l’abbiamo sentito il concept dedicato all’amore su internet, ma senz’altro più doverosamente riascoltiamo uno dei pochi dischi jarriani veramente degni di nota (assieme a Equinoxe e i Magnetic Fields). È un album dal giusto mix di grandeur atmosferica e melodia, un piacere per l’orecchio affamato di synth analogici. Rimettiamo allora sul lettore quella vituperata Oxygne (part IV) e senza vergogna. Non è invecchiata male.
È la canzone elettronica più famosa d’ogni tempo, quella che i krautrocker all’epoca detestarono e non diciamo certo che avessero torto, non del tutto. Il compositore potrà essere presuntoso quanto la sua musica banalmente asettica ma non qui: Part 1 – con quel theremin saturnino – è eloquentemente misteriosa, Part 2 con il bel gioco “molecolare” ai synth è tuttora avvincente, e persino il motorik di Part 5 può essere ritenuto proto-techno (e da lì Underground Resistance…).
Ritornando al futuro, quel futuro luminoso e fiero dei propri mezzi è morto. E non è stato il 1986 a ucciderlo (e manco è colpa del punk e di quei testimoni di Geova dei Pere Ubu). Doppio piacere dunque nel tornare a quel senso di spazio e tempo del pulito e “progressivamente meglio”. 40 minuti di vintage futurista sui quali sarebbe troppo controsnobistico parlare di musica asservita al potere dominante. Ciao Adorno.
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