Recensioni

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I primi segnali si erano già sentiti nel precedente Cool Choices, con quella Tell Me improvvisamente puntellata di beat in un disco completamente acustico, ma si sono fatti sempre più insistenti due anni dopo con l’EP No One e i suoi remix. Jenn Champion, la cantautrice di Seattle co-fondatrice con Mat Brooke dei Carissa’s Wierd, ha abbandonato un po’ alla volta le sue chitarre, quelle linee di piano acustico (e le atmosfere asciutte che ben si sposavano con quel mood fatto di malinconia e solitudine che l’hanno sempre contraddistinta) per abbracciare in maniera via via più determinata inserti elettronici, ritmiche da dancefloor e una generale dimensione più ottimistica.

Single Rider è un po’ la summa di questo processo di alleggerimento stilistico, salutando quell’aura grigia da indie rocker avvelenata e virando verso un pop-rock più colorato e radiofonico, persino umoristico se si dà un’occhiata ai nuovi videoclip. O.M.G. (I’m All Over It) vale un po’ come dichiarazione di intenti in questo senso: c’è la voglia di andare oltre e ripartire, resettare tutto e ricominciare da capo, con un flow anni ’80 a fare da apripista verso scelte diverse. Sia chiaro, quei sentimenti nichilisti di abbandono e sconfitta non sono andati via, sono ancora tutti lì a riadattarsi alla nuova veste che la Champion gli ha cucito addosso. Ma ora le scelte sonore, con quei synth preponderanti a sottolineare ritornelli luccicosi, come nei due singoli Coming For You e Time To Regulate, sembrano guardare con insistenza verso orizzonti impensabili, ad esempio i Chvrches.

Una percorso nuovo che in questo disco vive di alti e bassi, suonando fuori tempo massimo quando prova a ricalcare formule disco-funk (Holding On, Mainline) e uscendone decisamente meglio quando questo discorso di rimescolamento diventa più selettivo e ragionato (You Knew, The Move, Never Giving In), riducendo gli elementi in ballo e costruendoci attorno nuove forme di quel chamber pop che sembra rivolgersi all’essenzialità degli XX con la robustezza sonora dei Metronomy. Nel finale Jenn Champion sceglie di tornare alle origini con ballate di piano solo (Bleed, Hustle) che forse faranno maggiormente felici i fan di lunga data e suggellando nella melodia circondata da echi elettronici della conclusiva Going Nowhere questa ripartenza artistica che, pur suonando ancora un po’ acerba e incerta, contiene comunque momenti apprezzabili.

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