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Accolto da una curiosità esagerata e perfino ossessiva – per l’inutile dettaglio di essere l’unica donna in concorso al Lido – The Nightingale ha subito in queste ore una gogna mediatica immeritata, alimentata anche dallo scandalo degli insulti a fine proiezione stampa che ha rapidamente fatto il giro del globo; un assist gratuito aspettato in maniera fastidiosa anche dall’Hollywood Reporter, da settimane alfiere di una campagna mediatica superficiale e ipocrita sulla scarsità di presenza femminile al festival. Questo rumore di fondo ha finito quindi per allontanare in modo esagerato il dibattito critico intorno alla pellicola, anzi l’ha proprio fagocitato, se non condizionato totalmente, addossando alla Kent responsabilità che, sebbene alcune delle quali perfino sostenute e appoggiate dalla stessa regista – hanno oltrepassato la semplice analisi filmica.

Dopo il discreto esordio nell’horror di stampo psicologico con Babadook, Jennifer Kent affonda a piene mani nel western per la sua opera seconda, The Nightingale, presentata alla 75° Mostra del cinema di Venezia. Pubblicizzato erroneamente come un rape and revenge movie, la pellicola si incanala abbastanza velocemente all’interno di un discorso politico e morale ben preciso – nella fattispecie la denuncia ai soprusi e alla tirannia barbara subita dagli aborigeni del suolo australiano a favore dei servi della corona britannica – che sfrutta le debolezze della sua protagonista principale per preparare l’ingresso in campo e la svolta della seconda metà del lungometraggio, in cui il tranello della Kent può essere svelato in tutta chiarezza.

Lo spunto iniziale, la tragedia immonda che colpisce Clare – una galeotta irlandese che sta cercando di estinguere il suo debito grazie al suo lavoro al servizio di un tenente dell’esercito – non è altro che il MacGuffin che rompe la calma apparente, che scuote le vite di chi fino ad allora si era rassegnato al dover subire gli ordini, che funge quindi da catalizzatore per una ribellione prima di tutto giustificata dalla madre-terra (gli aborigeni sono gli unici custodi dei segreti dell’isola della Tasmania e, per estensione, di tutto il continente australiano), e solo in secondo luogo dalla sorte toccata alla protagonista.

Non tutto funziona alla perfezione, The Nightingale è un film che conta alcuni gravi difetti, a cominciare da un ritmo non sempre sostenuto o giustificato dalle scelte narrative, da qualche passaggio a vuoto e dalla difficoltà nel riuscire a coniugare in maniera fluida le esplosioni di violenza – esplicite e visivamente estenuanti – con il lato più ironico del viaggio on the road dei due personaggi principali. Dal punto di vista squisitamente estetico, l’utilizzo del formato 4:3, al di là dell’ottima resa visiva del girato, appare del tutto ingiustificato se non come mero esercizio stilistico. Alla narrazione manca gravemente un trasporto epico, ma la sua morale è però esaltata in maniera costante da un profondo senso di compassione che rimette in discussione il genere per stravolgerlo dall’interno: non più una vendetta finalizzata al mero interesse personale, ma un messaggio di speranza indirizzato alla contemporaneità.

«Se Babadook era incentrato sul come gestiamo il dolore, The Nightingale parla di come dopo di esso siamo in grado di restare umani», ha commentato la regista in conferenza stampa. In definitiva, un’opera seconda in grado di fornire uno sguardo originale su un discorso sempre attuale come quello delle ingiustizie sociali o di classe, da guardare senza alcun tipo di pretesa sensazionalistica, ma da inquadrare all’interno di un discorso – in grado anche di sfruttare una dinamica favolistica (con i buoni da un lato e i cattivi-orco dall’altro) – sulle debolezze dell’animo umano (di una donna, di una madre e di un paese intero) che già era presente nell’esordio del 2014.

7 Settembre 2018
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