• Set
    30
    2016

Album

Sacred Bones

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«Don’t be afraid it’s only blood», dice Jenny Hval nel brano Period Piace, quasi a volerci ricordare che, per quanto capaci di concepire l’infinito, il sangue è vita; l’esistenza nella sua più disarmante semplicità. A un anno dall’incredibile Apocalypse Girl, l’artista norvegese torna con l’album più personale e al contempo fantasmagorico della sua pregevole discografia. Sarebbe sbagliato ridurre Blood Bitch a semplice colonna sonora di un film inventato dalla mente della Hval, perché fin dal primo brano (Ritual Awakening) il tutto assume la connotazione di una pellicola proiettata durante un sonno lisergico.

Il tema del sangue come rito di passaggio e cambiamento è uno dei tanti leitmotiv dell’album, snocciolati da Jenny come antichi giochi di parole o nuove maledizioni; il sangue è qui riproposto nella sua connotazione primaria, sessuale, istintiva, che spinge brutalmente ogni donna verso la fine dell’innocenza, con tutto il carico culturale, emotivo, religioso e sociale a cui si viene sottoposti e battezzati/condannati una volta salutata l’infanzia, ma anche con la stessa delicatezza e l’ingenuità di qualcuno che ha impresso nella sua testa il momento dove ha realizzato che esiste una dimensione temporale, pronta a regolare non solo il macrocosmo ma anche il microcosmo di una bambina: «Then next time I wake up, there’s blood on the bed. Didn’t know it was time yet. Or is it… not mine ?». E poi c’è il sangue non solo come pulsione di vita, ma di morte: il vampirismo. Non è un caso che uno dei brani più belli, Female Vampire, citi l’omonimo film di Jesus Franco dove la bellissima Lina Romay vampirizza le sue vittime attraverso il sesso orale.

Blood Bitch è un’opera di oscura bellezza, ma soprattutto il bisogno urgente di avere un quadro completo della frammentazione di un’anima troppo sensibile, supportata da una buona dose di ironia a tratti cinicamente rassegnata. Qualsiasi domanda Jenny Hval trovi sul suo cammino, è pronta a ribattere con altre domande, più urgenti e sicuramente disturbanti, perché non c’è un album che somigli all’altro, e forse alla fine di ogni ascolto ci sarà un’interpretazione diversa da formulare. Jenny Hval ha la capacità di fare della musica un’incubatrice di fantasie traboccanti di opposti e, non diversamente da Nico, tesse una ragnatela di sonorità che sono un cuore pulsante che batte incessantemente, pensieri eterei, romanticismi sussurrati, angosce, solitudine, violenza, carne, la metamorfosi del corpo. Emozioni che si dibattono per trascendere a qualunque prezzo o, come scrisse Rainer Maria Rilke, «They wanted to blossom, / and blossoming is being beautiful. But we want to ripen / and this means being dark and taking pains».

4 Ottobre 2016
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