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Più della metà del pubblico è ancora alla ricerca del proprio posto a sedere, ma la performance di Jenny Hval è già in corso. Seduta all’interno di una tenda da campeggio rossa non particolarmente hi-tech, Hval accoglie una manciata di primi arrivati, invitandoli ad entrare uno alla volta e conversare per qualche minuto. «Welcome to the tent!», sussurra nel suo microfono ad archetto, la combinazione di ansimi e assordanti scricchiolii un chiaro riferimento all’ormai sdoganato universo ASMR. Dall’entrata della tenda scorgiamo una Jenny di nero vestita, praticamente in tenuta da mimo. «Which one would you like to turn?», chiede a uno dei pochi fortunati. «There’s probably one message left. I’ll turn that for you», suggerisce. Impossibile capire con certezza di che si tratta, ma lo scambio sembra alludere a una rapida lettura dei tarocchi, con molta probabilità il set originale di carte realizzato da Hval in collaborazione con Sacred Bones per l’edizione limitata del suo ultimo album The Practice Of Love.

Il concerto sold out di questa sera alla Milton Court Concert Hall del Barbican Centre si propone come una performance “totale” (poesia, video, danza, recitazione e musica), parte di una serie di esibizioni in cui gli otto brani di The Practice of Love vengono approfonditi, decostruiti, interpretati e reinterpretati, con l’obiettivo di espanderne l’universo sonoro e problematizzarne simbolismi e tematiche. Un intero album sull’amore privo di alcun referente romantico, The Practice of Love unisce a un tripudio di arpeggi synth e riferimenti all’euforia della trance, le voci di Hval e delle collaboratrici Vivian Wang, Félicia Atkinson e Laura Jean Englert, “intrappolate” in una serie di conversazioni e melodiche discettazioni su morte e scrittura, sull’ansia di procreare e, più generale, sulla piccolezza dell’essere umano in relazione al mondo naturale. Mentre Jenny continua a imbambolare gli ospiti all’interno della sua tenda, sul volto del pubblico compare, oltre alla trepidazione, un ghigno d’intesa. «I’ve said it before and I’ll say it again/I’m complex and intellectual!», esclamava Hval nel brano Why This? dal disco rivelazione Apocalypse, Girl (2015): a giudicare dal suo preambolo surrealista, il concerto di questa sera non potrà che confermare le inclinazioni intellettuali dell’artista norvegese. Gli otto brani del disco (nessuna “hit”, nessun inedito) vengono accompagnati da proiezioni video e scanditi da una serie di bizzarri, astratti interludi di performance e recitazione, interpretati da Hval assieme alla performer Elink Grinaker e ai cinque musicisti sul palco: Håvard Volden alle percussioni, Espen Reinersten al sassofono, Jenny Berger Mhyre, Vivian Wang e Natali Abrahmsen Garner, impegnate tra synth, programmatori e voci. Nonostante la cristallina voce di Hval e le sue tragicomiche riflessioni e disposizioni per il gruppo rimangano il focus dell’esibizione, i semi-improvvisati siparietti di The Practice of Love si propongono come un’impresa collettiva, in cui la centralità del corpo e della voce dell’autrice/protagonista vengono a tratti persi di vista e, con ogni probabilità, volutamente messi in discussione.

Uno dei temi centrali della performance, e uno dei suoi elementi più convincenti, è proprio il rapporto tra ispirazione artistica e scrittura. Hval riempie il set di riferimenti visivi al proprio lavoro, accompagnandoli con riflessioni sul rapporto tra voce e scrittura che strizzano l’occhio al collaudato connubio tra Derrida e teoria femminista. Mentre Volden parte da zero nella creazione di un esagitato poliritmo, prendendo a colpi una pletora di oggetti domestici, nel video proiettato sullo sfondo compaiono parentesi aperte e chiuse, puntini di sospensione e una serie di lettere alla rinfusa, solo in un secondo momento riorganizzate a formare la frase: «Can I only write these things and not all the other things»? La provocazione funge da preludio all’ipnotica performance vocale di Vivian Wang, intenta a interpretare di fronte a una videocamera, posizionata alla sinistra del palco, il suo brutale, scettico monologo della title-track. «I hate love, in my own language. It contains the entire word honesty inside it, which makes it sound religious, protestant, hierarchic, purified», recita. «The word “love” comes in the way of love, and makes me want to say sorry». Il dialogo tra Hval e Englert presente sul disco non viene incluso nella performance dal vivo, ma le parole di Wang e l’estremo close-up del suo viso da soli bastano a catturare l’intimismo del brano e la provocazione più generale di Hval: la voce come veicolo di unicità ci invita a riconsiderare il significato e il valore della parola scritta. Il recitato di Wang a inizio concerto, in quest’ottica, serve a riscrivere il concetto di “amore”, gettando le basi per la sequenza di riflessioni/provocazioni a seguire. Lo splendido brano Lions, sostenuto da perforanti, assordanti percussioni, prosegue il discorso, accompagnato da un video in cui Hval, accucciata in solitudine in una pineta, viene filmata mentre scrive su un taccuino. I musicisti indicano il video alle loro spalle ogni volta che Hval canta «Look at them now», ma più la videocamera si avvicina alle pagine, più le parole dell’autrice diventano iridescenti, impossibili da leggere.

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Il picco di questo piglio “meta” viene raggiunto in High Alice. Qui linee synth e armonie vocali sembrano esplodere sotto il peso di una recalcitrante drum machine, mentre Hval, in modalità mimo, gioca a interagire con le immagini proiettate sullo sfondo del palco, la sua ombra una fluttuante, dinamica presenza sullo schermo. L’ombra dell’artista compare nel bel mezzo di un’autostrada, dispersa nei più svariati contesti naturalistici, e all’interno della sua dimora. Sullo sfondo viene proiettato un video di Hval seduta su una poltrona, intenta a lasciar scivolare un tuorlo d’uovo dal palmo della propria mano, facendolo cadere sul pavimento. La Hval performer sul palco finisce per “aiutare” la Hval immortalata nel video, con l’obiettivo di liberarsi di questo (piuttosto letterale) simbolo dell’ansia di diventare madri (lo stesso tema riaffiora in Accident, che dal vivo polverizza le aspettative del pubblico trasformandosi in un martellante brano techno). Muovendosi leggiadramente sul palco, Hval impone la propria ombra sulla schermata di una ricerca Google Images a tema Alice in Wonderland, per poi agguantare la lettera “I” (l’io soggetto) e rimpicciolirla fino a farla scomparire: come immaginare il rapporto tra un artista e le sue fonti d’ispirazione? Fino a che punto può un artista dirsi autore dei propri lavori? I quesiti di Hval pescano da un repertorio letterario e filosofico di vecchissima data, ma accompagnate dalle sonorità trance dei brani e da un repertorio di immagini a metà strada tra (voluto?) cliché e poesia, finiscono per riproporsi, nei momenti migliori della performance, come quesiti della massima urgenza.

L’esibizione, tuttavia, fatica a mantenere quest’affascinante compromesso tra accessibilità e poetico filosofare. I momenti di non sequitur, quasi sempre presentati in chiave ironica, abbondano tra un brano e l’altro, compromettendo la ricerca di un possibile fil rouge e, in alcuni casi, guastando l’estasi generata dai brani (su tutti una trascendente, commuovente Thumbsucker, interpretata sia con accompagnamento musicale che a cappella dall’interno della sopracitata tenda durante una temporale). In una lunga sequenza Hval e compagni si aggirano per il palco impugnando delle banane e scuotendole a mo’ di maracas. Fingendo di ricevere una chiamata dalla sua banana-cornetta, Hval ribattezza il suo gruppo “banana hotline” e promettendo di sfamarci con delle banane qualora sentissimo i morsi della fame, si avvicina alla prima fila, invitando gli spettatori a impugnare delle banane e creare una “catena umana”. L’esperimento non funziona, generando sbigottimento e un pizzico di imbarazzo. Un’occasione mancata per rivisitare il suo concetto di “soft dick rock” di qualche anno fa, un faux-genere musicale di sua invenzione volto a decostruire il priapismo dominante nella cultura rock («What is soft dick rock? Using elements of dick to create a softer, toned-down sound”. I sing to the bananas. The skin is getting thin and brown», cantava in King Size). In un altro, prescindibile momento semi-improvvisato, i musicisti si allineano a bordo palco, cuffie in testa, ciascuno di loro isolato nell’ascolto del proprio iPod/telefono. La scena si osserva in silenzio, in attesa di un appiglio sonoro/visivo complementare che non arriva. Non funzionano nemmeno i tanti, isolati tentativi dei vari membri del gruppo di trasformare lunghi spaghi in intricate forme geometriche o il peregrinare di Elin Grinaker: quest’ultima compare in veste di “burattinaia” durante l’intero concerto, versando quantità industriali di zucchero sul palco e riempiendo e svuotando in continuazione dei guanti di gomma con… altro zucchero.

Anche volendo lasciarsi trasportare dallo spirito surrealista dell’intera performance, immagini e momenti come questi finiscono per prolungare i tempi del concerto senza aggiungere nulla di particolare alle trascendenti atmosfere dei brani. Si tratta, forse, di un problema di direzione, evidente anche nella generale sensazione di “vuoto” sul palco, alquanto paradossale vista la presenza di un nutrito gruppo di performer/musicisti e il carattere intrinsecamente danzereccio dei brani. La pulsante Six Red Cannas, per esempio, il momento più ravey del concerto, viene eseguita con la dovuta rabbia, ma inspiegabilmente accompagnata da sobrie luci e dai movimenti di Jenny Berger Mhyre, lasciata sola a ballare a bordo palco laddove si sarebbe dovuta scatenare un’euforia collettiva. Funziona meglio l’accorata resa del metabrano per eccezione  Ashes To Ashes, in chiusura. Qui Hval riprende un vecchio stilema dei suoi concerti, interpretando il pezzo abbracciata con due membri del gruppo, il suo volto illuminato da una caleidoscopica torcia giocattolo per bambini. Volteggiando sul palco, accarezzata dai colleghi, Hval esaspera il contrasto tra la dolcezza del brano e i toni noir del suo testo, aiutandoci a riprendere il filo del suo discorso su scrittura e autorialità («It had the most moving chord changes/She was certain the lyrics/Went about burying someone’s ashes/And then having a cigarette»). Tra momenti di estasi, qualche sana risata e qualche sorriso di circostanza, il pubblico accompagna Hval per un’ora mezza alla ricerca di un compromesso tra nonsense e denso filosofare. Lungo il percorso emerge una sensazione di work in progress, forse la più autentica, umana e riconoscibile delle sensazioni nell’economia di una performance così ostinatamente focalizzata sulla messa in discussione di arte e scrittura. Al termine di Ashes to Ashes il pubblico, che non ha mai applaudito per l’intera durata del concerto per mancanza di appigli logici e convenzioni da palcoscenico, rimane in silenzio per qualche minuto. Jenny Hval emerge dal buio ed esclama: «Well, we’re done». Eccola lì, l’artista, costretta a mettere da parte i tanti dubbi sul suo operato e a ricordarsi, infine, del nostro ruolo di spettatori.

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