Recensioni

Quando ci informò di avere contratto la cosiddetta influenza aviaria, ci preoccupammo e non poco. Vuoi per lo strisciante terrorismo mediatico che all'epoca circondava la materia, vuoi per il suo aspetto non proprio prestante anzi decisamente cagionevole. Il successivo periodo di silenzio rafforzò i timori, ma alla fine rieccolo, sospiro di sollievo: Jens Lekman è di nuovo tra noi. Diciamo che ne ha approfittato per concedersi una pausa (un lustro!) di riflessione, che non è stata affatto senza conseguenze. Le dieci tracce di questo I Know What Love Isn't (titolo davvero niente male nella sua litotica semplicità) suggeriscono infatti un doppio movimento in direzione concretezza ed essenzialità, come se si fosse fatto un bel giro panoramico in certi usi e costumi produttivi 80s, ad esempio quelli dell'eleganza accattivante e patinata Everything But The Girl (sentire The World Moves On per credere).
Non a caso nel 2009 Jens duettò con Tracey Thorn nella cover di Yeah! Oh Yeah!, pezzo firmato Stephin Merritt, la qual cosa, mi pare, chiude un cerchio abbastanza emblematico. Il risultato è forse il disco più easy listening del catalogo Secretly Canadian. Ma ovviamente non è questo il "problema". C'è semmai che dalla scrittura (la velocità di crociera folk soul tra latinerie cotonate di Erica America) agli arrangiamenti (tanta patinatura soul pop screziata di flauto, sax soprano e coretti vellutati) passando per il timbro vocale (un nasale morbido vagamente James Taylor, lampante nella ballatina acustica garbata di I Want A Pair Of Cowboy Boots), sembra che il cantautore svedese abbia scelto la strada del carezzevole a basso voltaggio, riffettini adesivi e implicazioni soft.
Prima conseguenza: non è più il caso di scomodare Scott Walker. Al più un Morrissey narcotizzato nel giardinetto Sarah records (Become Someone Else's), i soliti B&S come spruzzata d'arguzia nel cocktail romanticone (la title track) e volendo certe palpitazioni fanciullesche Eels (soprattutto nella versione pianistica di Every Little Hair Knows Your Name). Nulla di male, a parte la nostalgia per quei languori diafani, per quelle sperse inquietudini sul punto di collassare in uno spleen dolciastro, per quella tenerezza spremuta ad un senso di tragedia confidenziale che ci fecero amare Jens oltre ogni ragionevole misura. E che ci ostiniamo a setacciare ad esempio nello sdilinquimento liquido di She Just Don't Want To Be With You Anymore, ma non ne troviamo che qualche particella nel suo codice superficiale di pennellate crepuscolari.
Tanto vale divertirsi col brio incalzante di The End Of The World Is Bigger Than Love (strepitoso il riff di piano), e pazienza se il ritornello sembra imbalsamarsi tra rigurgiti Fifties anche piuttosto impacciati. Ti auguriamo il meglio, Jens.
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