• ott
    05
    2018

Album

Constellation Records

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Disco particolare e in perfetto stile Constellation, questo Daqa’iq Tudaiq, in grado cioè di mostrare sperimentazioni se non ardite, per lo meno inconsuete, e nello stesso tempo far pesare un impianto ideologico di rara forza e concretezza. L’esperienza Jerusalem In My Heart, dopotutto, non ha più bisogno di presentazioni: il connubio tra il produttore Radwan Ghazi Moumneh col regista/visuals-maker Charles-André Coderre, che si sviluppa prevalentemente in sede live, giunge al terzo album e ormai si è ritagliato una notevole credibilità worldwide, anche grazie ai live show da trip e visionari ma soprattutto per la carica eversiva e ideologica. Questo terzo disco, si diceva, oltre a reiterare la formula “medioriente tradizionale rivisitato con l’occhio (a.k.a. tecnologia) occidentale” – e, in tutta sincerità, cominciando pure a perdere molto della sorpresa insita nell’inconsueta proposta – sposta un po’ i paletti ideologici del progetto.

La suite Wa Ta’atalat Loughat Al Kalam (traduzione, “the language of speech has broke down”; titolo dell’originale: Ya Garat Al Wadi) occupa coi suoi quattro movimenti l’intero lato A del disco (o le prime 4 tracce del CD) ed è la ripresa/rivisitazione di un classico tradizional-popolare egiziano con una intera orchestra di una quindicina di elementi coordinata e diretta da Sam Shalabi, mentre la seconda metà dell’album è composta da 4 tracce distinte in cui il modus operandi è quello oramai “classico” di Jerusalem In My Heart. Certo, le due parti non sono così nettamente divise e/o diverse, ma hanno ognuna una certa predominanza – “etno-tradizionale” la prima, più sperimentale ed elettronica la seconda – che incontrerà il gusto degli avventurosi o dei curiosi, dei “tradizionalisti” o degli “impuri”, anche se è l’intero progetto a dover essere indagato in profondità, ben oltre le mere questioni musicali.

Così facendo risulterà facile immaginare questo lavoro e tutto il percorso di Moumneh come una sorta di percorso dicotomico oriente/occidente, oppure origini/deviazioni, oppure come una sorta di ellissi che prende e rielabora e reinterpreta sia l’immaginario musicale fondante che le trasversali influenze che un emigrato, trasferito, ibrido, apolide o quel che è, sente sulla propria pelle, contraddizioni incluse. Per dimostrare che esistono luoghi e non barriere, dimensioni e non steccati.

19 Ottobre 2018
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