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Sarà anche difficile ormai definire il concetto di “indie” e/o di “alternativo”, sarà anche contraddittorio parlare, per quell’ambito, di grossi nomi, ma a guardare i vari cartelloni di Ferrara sotto le stelle è chiaro che è quello ciò che propone il festival: nomi grossi del mondo alternativo. E cosa ci può essere di più alternativo, nei giorni in cui il telegiornale annuncia che Ferrara è la città più calda d’Italia, di un gruppo di darkettoni della fredda Scozia? Meno alternativa è la scelta da parte della band dei fratelli Reid di partecipare alla fiera del “band storica che suona il disco storico” proponendo tutto Psychocandy, ma tant’è: essendo un album della durata d’altri tempi, ovvero 40 minuti, c’è spazio anche per altro, col risultato finale che non dovrebbe discostarsi tanto da un concerto antologico, visto che i Nostri si sono sciolti da 15 anni e che la scaletta, quindi, è tutta inevitabilmente “storica”.

Quella di stasera, come in altre date del tour, prevede che l’esordio dell’85 – il disco che mescolando melodia e fracasso, feedback e dolcezza, Beach Boys e Velvet Underground (o anche Femme Fatale e Sister Ray), diede una prima, miliare formulazione al concetto di indie pop – venga eseguito dopo una prima parte con qualche classico sparso e singoli/inediti a tema. Durante le iniziali April Skies e Head On il gruppo si assesta, senza che ciò nuoccia più di tanto alla resa dei brani. È dopo che comincia qualche problema: false partenze su tre canzoni (equamente distribuite lungo tutta la serata), un muro del suono che tarda a formarsi e a diventare aggressivo come richiesto – con basso e chitarra ritmica a fare il minimo – e qualche pasticcio del cantante su Blues From A Gun. E se l’informale di marca VU va bene quando il batterista Brian Young usa il timpano al posto del charleston, va meno bene quando in alcuni brani rallenta i bpm – e non perché lo richieda la canzone. La sequenza di brani rilassati (Some Candy Talking, Psychocandy e Nine Million Rainy Days) bilancia il calo di tensione con l’intensità, ma ci vogliono due tiratissime Reverence e Upside Down perché il live decolli davvero.

E se non si poteva proprio entrare sul palco e assestare il suono sul classicissimo Just Like Honey, è anche vero che iniziare col resto e poi fare il disco storico rende prevedibile la scaletta, anche perché quell’album, nella seconda parte, va calando, e così il concerto, che pure dopo la partenza diesel aveva accelerato nella maniera migliore. I Nostri cercano di ovviare prendendo la conclusiva It’s So Hard – che sull’album era poco più di un abbozzo dalle potenzialità non sfruttate – e trasformandola in una cavalcata epica in cui il basso accentua quel vago tocco swing che già aveva l’originale: operazione in parte riuscita, perché la versione è molto migliore rispetto a quella incisa (e fa piacere quando i recuperi non si limitano alla cartolina), ma i rallentamenti del batterista qui sono particolarmente dannosi, trattandosi di pezzo che per sua natura richiede metronomo implacabile.

Tra alti e bassi (da non dimenticare tra i primi la voce di Jim Reid, bella e invecchiata zero, e il piacere di un repertorio che resiste anche alle sbavature), alla fine il bilancio è positivo: i momenti tirati e riusciti durante la serata sono stati tanti, e le imprecisioni, i J&MC, le hanno sempre avute. E poi, come chiosa, l’amico Giovanni accanto a noi: “se invece uno vuole il gruppo preciso al millimetro, il 30 a Bologna ci sono gli Wire.

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