Recensioni

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Ormai i dischi di progressive si fanno come se si trattasse di stilare delle piacevoli ricette di cucina. Per un nuovo disco dei Jethro Tull – o quel che ne resta – la sezione è quella di Suor Germana. Ingredienti: un quartetto di archi – nello specifico Matthew Denton (violino), Michelle Fleming (violino), Eoin Schmidt-Martin (viola), Emma Denton (violoncello) – al quale dare un nome italiano, Carducci (che in ambito classico fa sempre fico e nello specifico è pure poetico); John O’Hara, già nei Jethro Tull, che cura gli arrangiamenti orchestrali e suona celesta e pianoforte; uno Ian Anderson – flauti, chitarra acustica, mandolino, voce – dalla stagionatura decisa e corposa; e naturalmente la musica dei Jethro Tull.

Preparazione: prendete dodici brani dei Tull, tra i quali alcuni classici immarcescibili – Living In The Past, We Used To Know, Wond’ring Aloud, Aqualung, Locomotive Breath, Bungle In The Jungle – poi, in tre recipienti a parte, mescolate due a due Sossity: You’re a Woman / Reasons for Waiting, Songs from the Wood / Heavy Horses, Ring Out / Solstice Bells. Aggiungete un cucchiaio di musica classica (Bach Prelude In C Major). Cambiate qualche titolo come guarnizione. Mettete tutto in un CD (o vinile) e fate mantecare. Dopodiché prendete il supporto con i dodici brani e fatelo riposare nel lettore/giradischi. Fate passare la notte, come se la musica fosse un impasto che ha bisogno di lievitare, rimuginando se è il caso, il giorno dopo, di ascoltare il disco oppure di regalarlo a qualcuno che non conosce i Tull col fine di incuriosirlo, magari spingerlo a riscoprire il vecchio catalogo, che suona di gran lunga più vivo di questo disco registrato – guarda un po’ – nella cripta della cattedrale di Worcester. Posto ricolmo di tombe e di cadaveri.

Per quanto già abituati al vizietto dei Tull – ricordiamo A Classic Case del 1985, realizzato insieme alla London Symphony Orchestra – la mossa è trita ma comunque studiata bene: il rock che sveste ogni dignità per mettere i panni della classica e farsi aprire le porte dei luoghi preposti a questa; e i templi della classica che si prestano, per dimostrare quanto aperti essi siano mentalmente. Nessun dorma, come nella Turandot: tutti a prendere qualunque pesce. Anche quelli al mercurio. Prodotto impeccabile, comunque. Eseguito alla perfezione. Che trasmette l’emozione di un salotto di nobili parrucconi del ‘700 intrattenuti da un quartetto di archi, più ospiti. Di cera, però. Come da ricostruzione del museo di Madame Tussaud. Sin troppo facile presagire un prossimo tour che si svolgerà solo nei teatri. Il rock è morto? Non saprei, a volte offre qualche colpo di coda. Ma i Tull, se sono questo, sono alla decomposizione avanzata.

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