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Volevo che questo album suonasse come proveniente da un’altra dimensione temporale. Proveniente dal passato del futuro, sempre che questa cosa abbia un senso; il sogno di un androide-umanoide che ha acquisito coscienza e ricorda il tempo in cui era semplicemente un robot”. Se il titolo non fosse già evidente da sé, ci pensa lo stesso Jim James a spiegarci (a modo suo) in quale strano trip spiritual-sci-fi sembra essersi intrappolato. Se però avete a mente stranezze provenienti dal recente catalogo My Morning Jacket come Highly Suspicious o Holdin’ On To Black Metal, non esiterete a realizzare che questa cosa ha un senso. Ancor più quando l’autore rivela l’ispirazione principale per questo debutto solista ufficiale (se non contiamo le scorrerie dei Monsters Of Folk o le cosucce pubblicate a nome Yim Yames): la graphic novel del 1929 God’s Man di Lynd Ward, capolavoro interamente intagliato nel legno che racconta per immagini – senza testo – l’ascesa e la caduta di un uomo.

Ambizioni a parte, Regions Of Light And Sound Of God si rivela, nelle sue nove tracce, per quello che effettivamente è: il gioco-capriccio di un bandleader/cantautore che a un bel momento della carriera decide di fare (anche perché ne ha l’opportunità, finalmente) un disco tutto da solo. Jim suona la maggior parte degli strumenti, pasticcia con i loop come piace al suo idolo – mai dichiarato – Thom Yorke (I Didn’t know Til’ Now), va a briglia sciolta tra funk-blues spaziali (State Of The Art) e canzoncine anni ’50 come piacerebbe all’amico M Ward (A New Life), e in generale si lascia andare a suggestioni tutte personali incurante sia della coerenza stilistica sia, talvolta, del buon gusto (le scale arabeggianti di All Is Forgiven). Del gruppo madre (ovvero di quel folk-rock sanguigno) resta solo l’impronta dream-psych: il tutto è effettivamente sognante e, nel senso più genuino del termine, psichedelico, e la predilezione per il soul di Marvin Gaye si fa sentire più che altrove (e figuriamoci se è un male); il vero problema è che la natura ludica del tutto – benedetta, per carità, ma va dichiarata – non lascia grande spazio alla piena realizzazione artistica che si presuppone (e in un certo senso si sbandiera). Sempre che fosse questo l’obiettivo, e non quello – più plausibile e realista – di togliersi uno sfizio nella maniera più weird – diremmo, flaminglipsiana – che si potesse concepire.

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