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È incredibile ed evidente la capacità del cinema di Jim Jarmusch di saper assecondare un genere per i propri scopi narrativi e autoriali, infondendo ripetutamente quel tocco di infinita dolcezza che, al netto delle intenzioni, prevale puntualmente. In Dead Men il racconto lisergico e acido di un mondo lontano, primordiale, si scontrava con una modernità fagocitante; in Ghost Dog l’armonia del cammino dell’esistenza doveva scendere a patti con la crudeltà della strada (e dell’essere umano); nel più recente Solo gli amanti sopravvivono due anime antiche trovavano nella preservazione e celebrazione dell’arte un antidoto all’alienazione costante dei rapporti interpersonali. Dal western al noir, dal racconto del terrore a uno studio meticoloso della condizione umana in una girandola impazzita e allo stesso tempo composta di sarcasmo e poesia.

Paterson è un trentenne benestante che convive con la sua amata Laura. Ogni mattina esegue la stessa semplice routine: si alza alla stessa ora per dirigersi al lavoro, fa l’autista di pullman, torna a casa per cena e in tarda serata si concede una birra nel suo pub preferito. Il tutto nella città che porta il suo stesso nome e che lo ispira costantemente alla scrittura di liberi versi poetici. Dall’orrorifica Detroit (città americana ormai eretta a simbolo della degradazione e desolazione contemporanea – si pensi anche all’eccellente It Follows), per l’ultimo film di Jarmusch scendiamo nel New Jersey, in una piccola cittadina di periferia dove la vita scorre nella più completa monotonia, quasi estraniata dal resto del mondo. Il protagonista le calza a pennello, godendosi ogni attimo di quella assoluta tranquillità che la città che porta il suo stesso nome (e ne diventa spontaneamente un’estensione semantica) gli mostra ogni giorno attraverso il parabrezza del suo pullman. Così, in un mosaico pieno di dettagli all’apparenza insignificanti, si compone il giorno e l’esistenza di un uomo tranquillo, estraneo al suo tempo perché il tempo stesso è diventato estraneo a se stesso, ripetendosi, continuando ad enunciare gli stessi orrori, gli stessi errori del passato. La routine di Paterson è invece la ricerca costante di un antidoto: così come il Don Johnston (Bill Murray) di Broken Flowers piegava il tema del viaggio per un’indagine psicologica tutta interiore, Paterson (un perfetto Adam Driver in costante sottrazione) utilizza il tema opposto, la stasi, per un’indagine volta a indagare il mistero che la realtà oggettiva cela dietro di sé. E, al contrario di quanto si potesse immaginare, è un mistero ricco di fascino, composto da piccoli gesti che si ripetono uguali, ma sempre diversi (come il bacio sulla guancia del protagonista all’amata Laura, il costante desiderio di quest’ultima di sperimentare nuove esperienze artistiche con la stessa sognante intraprendenza, il racconto rassegnato ma contento di un collega di lavoro, le chiacchiere sempre uguali di personaggi sempre diversi che salgono sul pullman).

Il tocco di Jarmusch esplode in tutto il suo lirismo stilistico estremo ed estremamente contenuto con l’iniezione centellinata di piccole situazioni di disordine volte a scardinare quell’aria di sicurezza del monolitico protagonista: una coppia senza amore, un guasto improvviso sul luogo di lavoro, un’esplosione di violenza. Oltre ai disastri, però, il mondo riserva soprattutto anche incredibili sorprese, piazzate non a caso per rinfrancarci tutti e indicarci la strada verso una pace interiore necessaria alla vita. Così, una chiacchierata amichevole con una bambina che sembra coltivare il nostro stesso interesse può ridarci speranza, o un dialogo ermetico con un grande poeta può rivelarci che non esiste affatto divisione tra grande poesia e piccola poesia: la poesia è qualcosa che uno ha dentro, anche quando non ne è cosciente, anche quando tutto ci crolla addosso e non si vede via d’uscita. L’esortazione all’attenzione, alle piccole cose della vita, è di primaria importanza per Jarmusch e per il suo Paterson, metafora dell’America, della vita, della condizione umana…o di come queste dovrebbero essere. Far della propria esistenza non una semplice poesia (che in sé non vuol dir nulla), ma un poema stratificato e variopinto, che abbia come caratteristica peculiare la bellezza del gesto.

25 dicembre 2016
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