Recensioni

«Non posso immaginare che strano inferno sperimentino le persone soddisfatte del loro lavoro». Basterebbe questa frase di Jim O’ Rourke, presa da un’intervista concessa al sito internet aquariumdrunkard.com, a circoscrivere il personaggio e l’artista dietro al personaggio. Il musicista statunitense ha dimostrato negli anni una versatilità – e a volte anche una “dispersione” di energie in miriadi di progetti e intuizioni diverse – paragonabile solo alla cura maniacale che ha riservato al suono dei suoi dischi. Con una discografia schizoide in bilico tra avanguardia, contemporanea e songwriting, O’Rourke ha prodotto musiche trasversali, caratterizzate da reazioni chimiche instabili e sorprendenti, collaborazioni agli antipodi e una progettualità sonora mai banale. Con due uniche certezze: l’imprevedibilità e la “complessità”.
Quando ci si avvicina a uno dei suoi dischi, quindi, tutto il discorso ruota attorno a quali parametri utilizzare per giudicare la riuscita o meno del suddetto. Nello specifico, se il grande coraggio “estetico” e sostanziale del musicista – mai in discussione, a queste latitudini – faccia il paio con una concretezza davvero geniale, capace di finalizzare e non solo di seguire il labirinto dei pensieri e delle idee di un artista costantemente in ebollizione.
In questo senso, Simple Songs è un bel banco di prova, collezione di “canzoni semplici” – come, in qualche maniera, erano state anche Eureka (1999) e Insignificance (2001) – che di semplice non ha nulla, pur riuscendo a far filtrare una propria ed evidente grana pop, neanche a dirlo, ricchissima e intelligente (ma non travolgente). Ogni brano è una gimkana tra cambi di tempo, inseguimenti tra melodie periferiche che diventano il tema principale e viceversa, con poco rispetto per le geometrie ripetitive e standard del formato “singolo”, perché in fondo «this ain’t all a social call», piuttosto l’ennesima sfida alla nostra banalità di ascoltatori eterodiretti. Del resto è proprio questo il tratto distintivo di un Jim O’Rourke che somma certi Wilco d’annata – ovvero quelli “maneggiati” dallo stesso musicista ai tempi di Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born e che da lui hanno imparato qualche trucco – dell’iniziale (e sarcastica?) Friends For Benefits al pop-funk arioso un po’ in stile Spoon di Half Life Crisis, la ballad malinconica e inafferrabile di Hotel Blues a certe cadenze tra Beatles e Neil Young di All Your Love o magari al folk tutto archi e Settanta rock americani di End Of The Road.
Ogni parentesi riserva sorprese, tanto che in qualche caso (il prog-pop surriscaldato di Last Year), quando tutta l’impalcatura logica sembra dover cedere sotto il peso delle aspirazioni, arriva invece l’apertura giusta, il riff indovinato, il gioco armonico assurdo ma chissà come sensato che riporta tutto a “casa”. Un gioco di fughe e ritorni (e di dinamiche), un’ingegneria della creatività che rende credibile il risultato finale e giustifica un disco da scoprire ascolto dopo ascolto e con tutta la calma del caso. Quasi sei anni di lavoro per uno degli album – paradossalmente – più diretti, razionali, pop mai prodotti da Jim O’ Rourke, e probabilmente la migliore sintesi del lato più “sociale” del suo immaginario musicale.
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