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La neo-quarantenne Joan Wasser sforna il terzo album di inediti in cinque anni (senza contare l'interlocutorio Cover) e azzecca la formula. Rispetto ai lavori precedenti, le dieci tracce in programma – che per gli amanti del vinile diventano dodici – correggono la rotta quel tanto che basta perché la calligrafia esaudisca appieno le pretese espressive, sembrando quello che la poliziotta avrebbe sempre voluto e dovuto fare. Assistita al solito dall'esperto producer Bryce Goggin (in repertorio album di Phish, Apples In Stereo, Sebadoh e Ramones, nonché il missaggio dell'epocale pavementiano Crooked Rain, Crooked Rain), Joan si disimpegna agile e appassionata attravreso un soul-errebì riprocessato, ovvero smontato e rimontato secondo l'estro, la sensibilità, l'organizzazione mentale da caucasica metropolitana (newyorkese), di buona cultura, disposizione globale e tendenza liberal.

E' un vero e proprio luogo estetico ed emotivo in cui inquietudini e traversie socio-esistenziali trovano epifania e redenzione. Bassi arguti e pastosi, chitarre nervosette e acidule, fiati, archi, organo e clavinet concorrono a definire assieme al canto della Wasser – mai tanto duttile e partecipe – un morbido rituale laico dove la sensualità primaria della black music sembra come sublimarsi, mettendosi al servizio di una "educazione sentimentale" tanto composta quanto tormentata, ad un tempo battagliera, elegante e apprensiva. Per questo durante l'ascolto capita di ripensare ad altre modalità di riappropriazione "bianca" dello stilema soul/errebì, così simili e così diverse: ad esempio ad una Cat Power senza quella tribolata e un po' disperata devozione (Kiss The Specifics, The Action Man), ad una Beth Gibbons più serial televisivo che noir cinematico (Run For Love, Forever And A Year), ad una nipotina irriverente di Joni Mitchell (The Magic), a dei Morphine meno febbricitanti che assorti (vedi la fosca Flash).

E' un gioco che ammalia finché riesce a non sembrarti troppo cerebrale, sostenuto da un pensiero debole ma suadente/pervadente (il frutto insipido dell'era dei social network?) di cui la ex compagna di Jeff Buckley (che magari avrebbe gradito l'appiccicosetta Chemmie) riesce a passare per la miglior interprete possibile.

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