Recensioni

Sono passati più di cinque anni dal predecessore Have One On Me, ragion per cui magari comprenderete se ho preferito andare a rileggere quello che ne scrivevo. Non vi nascondo di aver provato un po’ di sorpresa, condita da un pizzico di fastidio: stavo leggendo più o meno quello che pensavo del qui presente Divers. Un lustro di distanza, disco più conciso, scozzati i nomi dei collaboratori – oggi agli arrangiamenti ci sono Nico Muhly, Ryan Francesconi, Dave Longstreth e Dan Cantrell, mentre Noah Georgeson e il buon Steve Albini hanno curato le incisioni – ma il succo, forse persino il senso nel contesto, sono gli stessi. Consolidati ovviamente dal perpetuarsi nel tempo.
Oggi come allora, il punto non è stabilire se e quanto questo disco sia bello: è molto bello. Il problema è che implode in un’autoreferenzialità che non ha – non sembra volere – appigli. È un miracolo chiuso in se stesso. Tramontata la moda del prewar folk, Joanna ha deciso di seguire quella falsariga a costo di sembrare l’officiante di un rito splendidamente isolazionista. Quindi, questa recensione non può fare altro che dirvi: le undici tracce di Divers vi ammalieranno, vi conquisteranno, vi meraviglieranno, ma solo se sarete disposti a chiudere i boccaporti, a staccare le connessioni, ad aprirvi alla possibilità di farvi ammaliare, conquistare, meravigliare. Stilisticamente, si conferma quel senso di fiabesco orchestrale (arpa, piano, archi, legni, qualche pennellata di mellotron e un uso misuratissimo delle chitarre) assieme lirico e balzano, con un senso arty e teatrale forse mai tanto in bilico sul versante sanguigno del folk rock, come se fosse il frutto di una copula mitologica tra Kate Bush e Tori Amos.
Quasi tutti i pezzi meriterebbero menzione, però ci limitiamo a segnalare Sapokanikan per il suo piglio vaudeville, Waltz of the 101st Lightborne per come trasla i Fairport su un palco di Broadway, Goose Eggs per come esala emozione tra hammond e clavicembalo alla maniera di She’s A Rainbow degli Stones, la title track per gli orientalismi e gli incantesimi psych-folk che scomodano i Jefferson Airplane altezza Triad, infine A Pin-Light Bent per la sua solennità quasi slowcore e lo slancio incandescente che ricorda la PJ Harvey di White Chalk.
A questo punto il vostro umile recensore si ritira in buon ordine e vi passa la palla: tocca a voi interpretarla come un assist o un rinvio.
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