Recensioni

6.5

Tutto l’universo di Jocelyn Pulsar potrebbe essere sintetizzato da un brano come Scopamica: un funkettino jovanottiano prima maniera ma con un po’ più di spessore e meno furbizia, in cui si ironizza sul fatto di non essere capaci di “circuire” nemmeno una che dovrebbe ricoprire quel ruolo, tra ricordi di infanzia a getto continuo, sfiga generalizzata, citazioni di trasmissioni televisive d’antan e morose assortite che determinano le cause perse. Se ci pensate, senza nemmeno saperlo il buon Pizzinelli ha precorso l’it-pop odierno votato, nei testi, alla contemporaneità e alla dimensione privata – stiamo parlando di un musicista con ormai una decina di pubblicazioni alle spalle e che ha esordito nel 2003 – ma a differenza dei nuovi fenomeni da palazzetto dello sport («il recensore è entusiasta del mio disco / stasera è andato a sentire Calcutta / e mica me», si canta in Bangladesh) ha sempre avuto la buona abitudine di non prendersi troppo sul serio. Il che non significa che le sue canzoni non siano ben scritte, sia chiaro, ma certamente elaborano la grande fatica di stare al mondo già sapendo che l’unica cosa da fare quando tutto gira storto è sorridere.

Lo abbiamo già detto in un’altra sede: c’è molta Romagna nelle canzoni del musicista forlivese, quel dar poca importanza alle delusioni affogandole in una serata con gli amici, quella capacità di vivere con leggerezza anche le responsabilità: nei brani di Contro i giovani finisce pure un riuscito quadretto familiare autobiografico – «mi figlia piange / mia moglie non parla da stamattina / perché si è offesa / e allora forse questo non è sonno / ma un meccanismo di autodifesa», si ascolta in Mi volevo comprare un bar, riflessione rassegnata ma non amara sull’età che avanza – che sarà pure semplice e immediata nel suo intercalare pennate sulla chitarra acustica e rime alternate, ma di sicuro non è banale.

Ovvio, da Pizzinelli non possiamo aspettarci una particolare ricerca musicale o doti tecniche da virtuoso: il suo è un cantautorato lo-fi ormai endemico e cronicizzato, in cui l’unica cosa che conti è espettorare frammenti di vita vissuta quasi come terapia, come se fosse un modo per razionalizzare i cambiamenti e le nuove prospettive del reale, ma dall’angolazione di un forever young (perlomeno nell’animo, vedi il nostalgico video pro-Velvet – lo storico locale riminese ormai abbattuto – della title track). Le sue ballate non vogliono stupire né colpire a fondo, ma solo costruire una sorta di intimità onesta e senza tranelli da navigato “social manager”. Già questo ce lo fa stare simpatico, spingendoci a godere di un disco che non aggiunge molto alla discografia di Jocelyn Pulsar, e in fondo non è altro che l’ennesima pagina di un diario personale che col tempo abbiamo imparato a conoscere.

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