Recensioni

Alcuni dei pregi che ci fanno amare Joe Henry: la sapienza nello scegliersi i collaboratori (lo abbiamo visto affiancato da Jayhawks, Van Dyke Parks, Don Cherry, Page Hamilton degli Helmet…); l’attività di produttore dal tocco personale (Solomon Burke, Bettye LaVette, Mose Allison soltanto alcuni dei numerosi artisti che si sono avvalsi dei suoi servigi); un’irrequietezza e una curiosità che gli fanno cambiare strada spesso e volentieri; infine, una modestia e passione pari al talento che madre natura gli ha regalato. Lungo una dozzina di album in venticinque anni – misurato, il Nostro: un ulteriore merito – lo abbiamo ascoltato nelle vesti nemmeno tropo apocrife di Bob Dylan e Van Morrison, sciacquare i dubbi del Grande Paese nell’alt-country e sperimentare con chitarre ad alto volume, più di recente impastare folk, jazz e pop con spiccata cifra autoriale.
E restare sempre l’individuo meraviglioso che ora prende spunto da Money Jungle, eccelso lp in cui decenni or sono si allineavano i pianeti Duke Ellington, Charles Mingus e Max Roach, salvo giocare a rimpiattino col jazz come con qualsiasi altro genere e allestire in pochi giorni un ambiente sonoro spazioso però di una seppiata intimità. Invitando ad accomodarvisi – per farli convivere in magica armonia – Elvis Costello (Unspeakable, After The War) e Randy Newman (Heaven’s Escape,Grand Street), The Band (Odetta) e Tom Waits (giovane e romantico per Tomorrow Is October; sperimentatore ruvido in Sticks & Stones). Tra una gemma scivolata dalle pieghe del dylaniano Oh Mercy, riverenze a Vic Chesnutt (Strung, Room At Arles) e Ry Cooder (The World And All I Know) è trascorsa un’ora: stenti a crederlo mentre ricominci daccapo. Hey Joe, come accidenti fai?
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