• Gen
    18
    2019

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Ear Music

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Comincia con uno scroscio di pioggia, il diciannovesimo di disco di studio di Joe Jackson (21 se si considerano le colonne sonore di Mike’s Murder e Tucker, ma il suo sito ufficiale ne conteggia 20). Una pioggia minacciosa che scarica dalla grossa nuvola nera che intitola Big Black Cloud «Save us from the big black cloud» (vengono in mente gli XTC di Ball And Chain, che apre proprio con le parole «Save us from ball and chain»). E poi un ritornello ancora più deprimente: «No luck no money no sex no fun / Get on the treadmill and run run / Run run run». Corri, piccolo uomo, sul tapis roulant, la trappola che ti sei costruito da solo, o quella che ti ha affibbiato il mondo nel quale sguazzi a fatica con un broncio che non si lava via: «All day, Mama wears a frown / Worn it every day». Gli XTC dei primi due dischi, che strano, tornano immediatamente alla memoria anche in Fabulously Absolute, il secondo brano di Fool, sia per il modo di cantare di Jackson – così vicino alle sue origini quanto al “primo” Andy Partridg – ma soprattutto per quel synth schizoide à la Barry Andrews (nonché, grazie alla ritmica selvaggiamente irruenta di Doug Yowell, un mix tra Terry Chambers e Keith Moon).

Un disco vecchia maniera, allora? Magnificamente vecchia maniera, verrebbe voglia di dire, soprattutto alla luce di alcuni brani tipici “della casa”, quelli che – per intenderci – riverberano il già sentito. Ad esempio Dave (che «lives in a cave») e l’amara 32 Kisses («You had a dream / You had a plan / I had a girl / I guess you had almost a man / We had a time / A year or five / We had an ending, but / We got to be alive»), che evolvono in soluzioni armoniche che rimandano agli anni dei dischi tra Night & Day e Laughter And Lust. Oppure per effetto del coinvolgente up tempo, che ammonisce sulle disgrazie dell’amore, di Friend Better («If you were to use your head / Then you would, just forget her / Listen what the wise man said / Lover good, friend better / Lover good, friend better») e di Fool, che sulla bruciante pira della riesumata energia New-Wave brucia impreviste spezie Calypso e mediorientali.

Ma il lungo e bianco crinito Joe ha ragione quando dice che nel 1979 non avrebbe potuto fare un disco come Fool perché non aveva ancora vissuto abbastanza. Lo testimonia la struggente, rarefatta e magistrale, Strange Land, che con due martellanti accordi e un caleidoscopio di fluidissime note di piano ti squarcia l’anima: «Is this a strange land / Or am I the stranger». E lo ribadisce in chiusura Alchemy, uno dei brani più belli dei 40 anni di carriera, delicata pennellata da songwriter vissuto, spremuto, arguto, il cui vocabolario artistico, adulto e compìto, ha distillato nel tempo il prodotto di conquiste e ferite, di cadute e riprese. Che per noi ascoltatori finiscono per stratificarsi sulle coscienze, e per Jackson anche sui dischi che fa. Scienza, empirismo, magia. Alchimia, la vita. Come altro descriverla?

24 Gennaio 2019
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