Film

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L’ora più buia è il film delle rinascite. Quella di un attore, Gary Oldman, che non ha mai smesso di regalare al pubblico alcune tra le più grandiose interpretazioni dell’era recente (da Syd Vicious al Conte Dracula, dal Norman Stansfield di Léon ai più mainstream Sirius Black e il Commissario Gordon, passando per l’indimenticabile George Smiley de La talpa); quella di Joe Wright che ha espressamente dichiarato come questo suo ultimo lavoro sia arrivato in uno dei momenti più drammatici della sua carriera, quello che lo vedeva accusare il colpo del pesante flop ricevuto dal suo Pan – Viaggio sull’Isola che non c’è, per tornare al genere che più gli calza a pennello, il classicissimo film in costume; è, infine, il film che racconta della rinascita del sentimento d’orgoglio nel popolo britannico che, sopito durante la fase del governo Chamberlain, riemerge dalle ceneri della disfatta di Dunkerque e vede in Winston Churchill l’uomo giusto per guidare un Regno verso l’agognata vittoria contro il nazi-fascismo.

Nel maggio del 1940, il Regno Unito si trova a un bivio decisivo: affettarsi a stendere un rischioso trattato di pace con la Germania di Hitler, che avanza minaccioso attraverso la Francia e il Belgio – oppure affrontare a testa alta il suo esercito fino all’ultimo uomo, difendendo così il proprio orgoglio. Winston Churchill, nominato Primo Ministro al posto di Neville Chamberlain, è fermamente convinto ad ignorare qualsiasi trattato di pace che vedano l’Inghilterra soccombere alle richieste naziste, ma sulla sua strada troverà non pochi oppositori.

Onestissimo biopic, diretto con mestiere da Wright – che torna in questo modo ai fasti raggiunti da Espiazione, Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina – che si serve del suo diamante allo stato grezzo (Oldman) per condurre lo spettatore in luoghi che lo galvanizzino e lo ridestino dal suo torpore politico. Certo, la patina del classicismo ricercato sia sotto il profilo narrativo che su quello estetico potrebbero alla lunga risultare stancanti, ma è la performance del protagonista a rendere il tutto molto più sopportabile e fluido: il Churchill di Oldman non scade (quasi) mai nella macchietta, è anzi il frutto di un lavoro certosino che coinvolge più elementi in perfetta sincronia, quali la voce, la postura, la dizione impeccabile e naturalmente il make-up, tanto abbondante quanto godibile.

Non mancano le recriminazioni, anche in questo caso legittime: se è vero che Churchill è il personaggio catalizzatore è purtroppo troppo ingombrante, finendo così per fagocitare tutto intorno a lui. Così, a mancare sono proprio i comprimari, in cui è lacunosa la potenza drammaturgica: da un anonimo Neville Chamberlain al visconte Halifax, mentre il tempo narrativo concesso al Re Giorgio e alla moglie di Churchill, Clementine, è troppo esiguo perché possa risultare incisivo al punto giusto. Sicuramente, quindi, non ci troviamo davanti a un film impeccabile né tantomeno memorabile, ma forse necessario all’epoca in cui viviamo per risvegliare il senso politico che ognuno di noi possiede, per risollevare la credibilità della democrazia di fronte a qualsiasi minaccia dall’aspetto totalitario o fascistoide (è quello che ogni giorno siamo costretti a sentire dietro le parole pompose di Donald Trump o Theresa May). L’ultimo segmento narrativo vede proprio Churchill scendere (letteralmente) tra la gente e porgli un quesito estremo, sintomo che la voce del popolo deve essere sempre presa in considerazione, ma che il ragionamento politico deve sempre prevalere su qualsiasi discorso populista (e in rare occasione le due cose possono addirittura combaciare).

Il monito è chiaro: in passato sono state prese delle decisioni rischiose, anche tenendo conto dell’enorme sacrificio a cui si andava in contro, ma lo si è fatto per salvaguardare la libertà del popolo, quella che oggi ci consente un ampio margine di manovra praticamente su tutto (almeno nel mondo Occidentale) e che ha il pericolosissimo effetto collaterale di permetterci di tornare indietro.

18 Gennaio 2018
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