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Si può affermare con assoluta sicurezza che il postmodernismo cinematografico non sarebbe la stessa cosa oggi se escludessimo l’opera e l’influenza di due cineasti come Joel e Ethan Coen. Fin dall’esordio, con quell’oggetto affascinante e silenziosamente sconvolgente che era Blood Simple, i fratelli originari del Minnesota sancirono una netta separazione tra loro e il cinema precedente, seminando il terreno con una serie di elementi che da lì in poi sarebbero diventati cardine di un discorso intelligente, profondo e allo stesso tempo esilarante. Come tutti i grandi autori insegnano, si può fare sempre lo stesso film pur adottando registri e stili opposti; i Coen lo hanno dimostrato subito, virando dal noir (Blood Simple, Crocevia della morte) alla commedia nera (Arizona Junior), approdando alla farsa parodistica prima (Il grande Lebowski, Ladykillers) e alla rigidità di una struttura classica poi (Il Grinta), pur mettendo subito in chiaro che difficilmente i loro prodotti sarebbero potuti rientrare in uno o nell’altro genere. Postmodernismo, appunto. La difficoltà (o meglio, l’impossibilità) di essere catalogati, incasellati. Le loro origini affondano a braccia tese nel cinema americano degli anni Cinquanta e Sessanta, con un occhio attento verso il realismo francese e la successiva esplosione della Nouvelle Vague, ma sono evidenti anche gli echi della comicità slapstick che si fonde con le iperboli dell’animazione, amore condiviso, tra l’altro, con  l’amico e collega Sam Raimi.

Non fa eccezione nemmeno Ave, Cesare!, ultimo affondo dei due registi (raffigurabili come un’unica imponente entità) nei territori della farsa, contaminata da un senso esagerato e volutamente privo di controllo per la parodia. Ultimo tassello della cosiddetta Tetralogia dell’Idiota (“Numbskull Tetralogy”, comprendente i precedenti Fratello, dove sei?, Prima ti sposo, poi ti rovino e Burn After Reading – A prova di spia), seguiamo una giornata lavorativa di Eddie Mannix, ufficialmente produttore esecutivo della Capitol Pictures, ma in realtà “fixer”, ovvero quella figura incaricata di sistemare tutti gli inconvenienti che certi comportamenti delle star fuori dal set potrebbero provocare alla produzione. Così, tra il coprire una scappatella e il celare un eventuale figlio illegittimo, Mannix viene sorpreso dal rapimento di Baird Whitlock, grande star hollywoodiana in procinto di ultimare le riprese del kolossal biblico Ave, Cesare! – A Tale of the Christ. Ispirato alla figura del vero Mannix, e qui interpretato da un Josh Brolin in stato di grazia, il protagonista è un elemento autentico, con veri problemi, vere preoccupazioni (in bilico tra una vita agevole ma infarcita di frivolezze e un’offerta di un lavoro ritenuto giusto ma faticoso), calato suo malgrado (o con piena consapevolezza) in un mondo in cui la falsità è l’unica arma che conta, dove le apparenze hanno inghiottito la verità, diventata a sua volta un oggetto mitico, persino leggendario e, quando ricercato, in grado di non assumere una forma precisa.

La verità non abita più queste zone da molto tempo e non è rintracciabile nemmeno in una paranoica minaccia comunista, falso nucleo su cui regge l’impianto narrativo della pellicola. Costruendo una storia attraverso l’accumulo di gag, situazioni, personaggi ai limiti della macchietta, il duo registico affronta la schizofrenia che contraddistingue la scena hollywoodiana: da una parte la sincera propensione verso la creazione artistica, suscitante un romanticismo più volte esaltato e difficilmente accantonabile; dall’altra la rigida struttura consumistica, macchina economica in grado di ridurre tutto l’apparato fin qui messo in mostra all’unico onnipresente (e tangibile) dio: il Denaro. L’omaggio alla Hollywood degli anni d’oro è solo una piccola parentesi in quello che viene a configurarsi come un trattato sulla menzogna, sulla manipolazione, sui falsi idoli, sulla follia collettiva che sembra aver escluso un certo tipo di logica e averne prodotta un’altra (come fa notare Giacomo Manzoli – a proposito di un film completamente speculare a questo, ovvero Burn After Reading–A prova di spia – nel suo bellissimo saggio “Joel e Ethan Coen”, «…la logica è che non esiste più alcun senso al quale ancorarsi per determinare il principio di realtà in un contesto di desideri fuori controllo e paranoia diffusa»).

Tutto quello che poteva essere satireggiato dell’America contemporanea è contenuto nella filmografia di Joel e Ethan Coen e, specialmente in questa loro tetralogia (il cui apice rimane l’insuperabile odissea contemporanea dei tre fuggitivi di Fratello, dove sei?), l’identità coeniana riaffiora con una potenza che insieme denuncia e attua una violenta autocritica. Eppure, anche in questo immenso e fittizio baraccone, la giostra continua a girare, come se fosse la realtà di tutti i giorni, apparendo sempre più grottesca e ripetitiva. In una parola, normale. In un mondo in cui gli uomini retti trovano la loro strada sbarrata dal Fato e gli artisti, quelli veri, vengono presi a calci da un destino beffardo, quale altro scopo rimane, dunque, se non la pura illusione di convincersi di esser capaci almeno in qualcosa?

6 Marzo 2018
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