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Disco del 2002 e nemmeno album vero e proprio, ma colonna sonora dell’omonimo spettacolo teatrale di Havar Sigurjonsson partito da Reykjavik e andato in scena in giro per il mondo, Englaborn è opera d’arte moderna senza mezzi termini. Maturo, intenso, raffinato, il lavoro firmato da Jòhann Jòhannsson è elettronica evanescente, fondata su strumenti classici: piano, organo, harmonium, glockenspiel, quartetto d’archi (l’Eþos String Quartet) e percussioni (affidate a Matthias Hemstock).
Il musicista islandese si muove su basi ben solide di un’esperienza ventennale: Jòhannsson popola lo scenario scandinavo ed europeo della musica contemporanea e sperimentale ormai dall ’88. Fondatore di gruppi come Apparat Organ Quartet e collaboratore di artisti come Marc Almond e Pan Sonic; ha scritto musiche per piece teatrali, lungo e cortometraggi; da cinque anni ha intrapreso la carriera solista ed Englaborn può definirsi sua opera prima.
Solo in questo 2007, con un suo album in prossima uscita, la 4AD ha ristampato le 16 tracce che ne compongono il debutto: quasi 50’ prevalentemente strumentali d’ispirazione classicista, atmosfere dilatate e delicate, musica d’ambiente che tanto s’adegua al recente mood islandese. Sono sensazioni profonde quelle che suscita Englaborn, gli archi e le partiture organistiche invitano all’introspezione, raggiungendo momenti di mesta malinconia. Un’atavica tristezza ricopre gli spazi; il tutto, sempre omogeneo e continuativo, scivola nei bassifondi del proprio animo. Le ritmiche, introdotte e contenute dalle percussioni, accelerano la discesa fino ad uno stallo meditabondo e tormentato. La densità delle note di piano e organo, il loro costante e inesorabile scorrere nelle orecchie allo stesso tempo appaga e mette a disagio. Ci si ritrova inermi, radicati a bassi baritonali e grevi, generanti stasi e immobilità che si protrae lungo tutto il disco, aperto e chiuso da un artificiale Odi et amo catulliano.
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