Recensioni

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Sembra averci preso gusto, il caro Carpenter. Non solo degna anche l’Italia di due date live, ma aggiunge un secondo volume a quel Lost Themes che ne aveva segnato il ritorno “lontano” dall’accompagno delle immagini filmiche. Lost Themes II si ricollega direttamente a quel disco sin dal titolo, seppur filologicamente questi “temi perduti” tanto perduti non siano, visto che si dovrebbe trattare di una produzione ex-novo, come e più del precedente, sulla quale il “master of horror” avrebbe lavorato a sei mani con figlio Cody e il figlioccio Daniel Davies.

Nonostante, dunque, anche questo ritorno sia una non-soundtrack, è evidente che la cifra stilistica di Carpenter non esonda al di là del perimetro delle musiche immaginifiche, elaborate sempre con un occhio di riguardo per le immagini, la cui “creazione”, come nel precedente album, è demandata all’ascoltatore. E che, proprio per questo, sono legate a doppia mandata ad un procedere musicale che, per quanto intuibile e/o prevedibile, si fa ispiratore di visioni, siano esse apocalittiche, sensuali, orrorifiche, robotiche o alienanti. Non si cerchi, quindi, l’originalità in questi lidi: la musica di Carpenter questa si immagina che sia e questa è, senza perdersi in tanti giri di parole; eppure c’è la mano sapiente del maestro tra le pieghe dei synth analogici, la spinta sull’acceleratore che si riconosce subito, appena si alza il livello. C’è il gusto per un immaginario evidentemente riconoscibile al primo impatto e c’è anche tanto mestiere, ma di quello che i grandi fanno apparire tale e che fa di pezzi come Persia Rising, Distant Dream, Dark Blues – tanto per citarne alcuni – qualcosa di evidentemente classico eppure capace di far proiettare ad ognuno il proprio “score” cinematografico. Il che, pure per un mostro sacro che di tutto ha bisogno tranne che intasare il già congestionato mercato musicale, non è niente male, no?

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