• feb
    01
    1965

Giant Steps

Impulse!

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Le classifiche dei migliori dischi e le discoteche di base sono – pur necessarie – semplificazioni storiografiche che rischiano di cristallizzare un artista e ridurlo ad una sola opera (il disco migliore, il più rappresentativo, eccetera), falsandone la figura. A Love Supreme è un’opera talmente potente da rompere dall’interno questo meccanismo, questo effetto collaterale della bignamizzazione della musica, riuscendo davvero a sintetizzare in sé le diverse anime, o meglio l’unico animo dilaniato, del suo artefice.

Dopo il tirocinio con gente come Dizzy Gillespie, Miles Davis e soprattutto Thelonious Monk,”Trane” entra nel canone jazz a cavallo tra hard e post-bop, con due opere tanto programmatiche da essere percepite quasi come didattiche, Giant Steps (1959; e come si chiama questa rubrica?) e My Favourite Things (1960). Trane diventa il riferimento primo per i saxofonisti di tutto il mondo, scalzando addirittura il fondativo Charlie Parker.

Tecnicamente perfetto, e per questo eternamente destinato all’insoddisfazione, di una irrequietezza che lo porta sempre a cercare di forzare i confini, ostinato esploratore delle possibilità espressive del sax tenore (e riscopritore di quello soprano), libero finalmente dalla schiavitù dell’eroina, Trane trova rifugio in un misticismo panteistico che vede nella musica il filo diretto con dio, un percorso musicale che è percorso di vita, un percorso taumaturgico che trova nella suite in quattro partiA Love Supreme il picco della propria parabola. Un rito sacro che gli apre le porte per la santificazione fuori dal mondo jazz e che sarà il preludio a quei veri bagni di purificazione nel magma del suono che saranno opere-monstre come Ascension, Meditations (1965) ed Expression (postumo, 1967), segnate dal contributo fondamentale dell’allievo Pharoah Sanders, sempre più calate nell’estetica free e intrise di suggestioni provenienti dalla musica orientale.

In questa messa per quartetto jazz, uno dei picchi di intensità della storia della musica, viene messa in scena la continua sofferta dialettica tra tensione e distensione, dove la tecnica (l’estenuante esplorazione della modalità, della melodia oltre le gabbie dell’armonia tradizionale) si fa carne, mantenendo però un’eleganza formale che la rende fruibile anche da chi non intende coglierne il caldo respiro umano. Le opere successive porteranno questa ricerca alle estreme conseguenze, verso una musica che sempre più rincorre l’astrazione sublimando violentemente la concretezza della materia sonora. Ma tutto parte da qui, da quel colpo di gong, da quelle quattro note di basso, dagli arzigogoli errabondi che ne seguono, da quel mantra dal fascino sinistro e ipnotico.

Da avere la ristampa del 2002, con il bonus prezioso dell’unica esecuzione live nota della suite, al festival di Antibes, e della take del primo movimento con il sax tenore di Archie Shepp.

5 ottobre 2009
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