• Mar
    07
    2013

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Bella Union

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Pale Green Ghosts, secondo disco del songwriter americano John Grant, dopo l’acclamato debut Queen Of Denmark pubblicato nel 2010, esemplifica il lungo cammino percorso fino ad ora dal Nostro, dalla vecchia band dei ’90, The Czars, passata molto sotto silenzio, all’incontro fatidico con i Midlake, che gli producono l’esordio, ovunque ben accolto, luccicante di cantautorato seventies e non solo: canzoni per piano, con archi e synth, arrangiamenti colti e su tutto una splendida e dolente voce baritonale, ma anche tanta ironia.

Pale Green Ghosts, a quasi tre anni di distanza, rappresenta una naturale evoluzione del suo suono, verso territori a lui cari ma che non si sarebbero immediatamente supposti, anche se accenni erano già presenti nel precedente lavoro. Gli anni ’80 synth pop e wave, nonché l’amore per l’elettronica di Trentemøller sono alla base di un album variegato, molto più colorato e dinamico del precedente; non più gli amici Midlake in produzione, bensì l’islandese Birgir Þórarinsson, a.k.a. Biggi Veira dei pionieri elettronici GusGus, incontrato nel 2011 durante un festival in Islanda e con il quale aveva iniziato a registrare un paio di brani. Proprio queste registrazioni lo hanno convinto a realizzare lì l’intero disco, nonché a trasferirsi in pianta stabile a Reykjavik. L’album vede anche la presenza di Sinead O’Connor ai backing vocals, che aveva coverizzato l’anno scorso la title track del debut di Grant, nel suo recente How About I Be Me (And You Be You)? e di numerosi musicisti islandesi, nonché di Mackenzie Smith e Paul Alexander dei Midlake (la sezione ritmica di Vietnam e It Doesnt Matter To Him).

Pale Green Ghosts appare come l’album di chi è finalmente sicuro delle sue possibilità espressive, in questo caso la prevalenza della musica da club con cui Grant è cresciuto. Vi si ritrova intatto tutto il suo mondo, nel songwriting intimo e malinconico, in cui continua a svelare tanto di se stesso. Rievocazioni del passato con tutto il disagio di crescere in provincia essendo gay in un ambiente familiare religioso, il volersene andare per poter realizzare qualcosa di meglio (), amori infelici, amicizia (la rievocazione di un caro amico scomparso tragicamente un anno fa in Sensitive New Age Guy),  e su tutto il consueto piglio ironico-sarcastico sulla visione della realtà (Black Belt, GMF, Ernest Borgnine, dove parla della sua positività all’HIV), e il sense of humour piuttosto nero. Una reazione neanche troppo dissimulata al suo vissuto abbastanza drammatico. Che si fa qui, ancora una volta, grande musica universale in cui riconoscersi e ritrovarsi, intensa  e sdrammatizzante al tempo stesso, nella sua forma ballerina, in cui sentiamo anche il Moog (You Don’t Have To) che tanto ci aveva deliziato in Queen Of Denmark. Synth e dance, ma anche ballate intense e il piano straziante nella conclusiva Glacier che riporta l’accento sulla forza, la sopravvivenza e l’amore per la vita, nonostante tutto. Una grande lezione di umiltà e di stile da chi in fondo, anche nei periodi più bui, non ha mai totalmente smesso di crederci. Bravissimo.

7 Marzo 2013
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