• Dic
    11
    1970

Classic

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The Primal Scream. L’urlo primordiale. L’abbattimento delle barriere inconsce che nascondono le ferite profonde della psiche. È la chiave di lettura del primo lavoro post-Beatles di John Lennon, l’uomo che a quel gruppo doveva tutto, ma dal quale per primo aveva sentito l’esigenza quasi vitale di divincolarsi. Il teddy boy di fine anni ’50, il rocker ribelle di Amburgo e del Cavern Club, che aveva conquistato il mondo insieme ai suoi alfieri (e al suo migliore amico), è diventato un uomo.

Già anni prima, stimolato dalla lezione di Dylan, con Help! aveva cantato a un mondo ignaro questo bisogno di aiuto: il ritrovarsi all’interno di quella gabbia dorata chiamata Beatles aveva cominciato a soffocarlo. Poi, tra i fasti di Sgt. Pepper, le fascinazioni lisergiche, i miraggi del misticismo orientale, l’incontro: Yoko Ono, l’artista d’avanguardia, la giapponese politicamente scorretta, la banshee demonizzata dai media, la nuova compagna di vita e d’arte, la moglie, la madre che non aveva mai avuto. E poi la nebbia dell’eroina, l’attivismo politico, il sogno dei Beatles che si dirada sempre più, i nuovi progetti musicali ai quali dedicarsi, protetto dalla sigla Plastic Ono Band.

E infine la dolorosa separazione dal quartetto nel 1970, gli screzi con gli ex colleghi McCartney e Harrison, la disintossicazione dalla droga e il crescente senso di solitudine, quel sentirsi sperduto nel mondo, dopo essere uscito dal guscio. Intrappolato in questo stato d’animo, l’ex Beatle, insieme all’inseparabile compagna, trova rimedio nella terapia del dottor Arthur Janov, basata sulla teoria del Primal Scream. Dopo un soggiorno di quattro mesi nella clinica dello psicoterapeuta californiano, Lennon imprigiona tutti i suoi fantasmi in undici canzoni.

Plastic Ono Band è un disco terapeutico, la cui gestazione è stata parte integrante di quel processo che aveva portato al “nuovo” John. Now I’m Reborn, canta l’ex Beatle in God: dopo la sofferta catarsi, dopo il viaggio nell’inconscio, la rinascita all’alba degli anni ’70. Ma il processo per raggiungere questo risultato era stato estremamente doloroso. Plastic Ono Band è un disco che sanguina come una ferita aperta. È l’album più lirico di Lennon, le cui armi sono una spontaneità e sincerità disarmanti; questo modo di esprimere il dolore in musica, rivivendolo, è riscontrabile nell’opera di pochi altri – Neil Young (Tonight’s The Night), Lou Reed (Magic And Loss) -, ma in questo caso la poetica scaturisce da un’indagine nel profondo dell’anima, dai nervi scoperti di traumi repressi e mai risolti. Tutto in questo disco è estremamente semplice.

Sulla copertina del vinile (che ritrae i coniugi Lennon in una cornice bucolica) non c’era addirittura traccia dell’autore e mancava anche il titolo, aggiunti nella ristampa su cd. Le liriche sono dirette, ai limiti del naif; come la musica, scarna e funzionale. Le canzoni sono basate su giri armonici elementari, appena accompagnati dal basso pulsante di Klaus Voorman (vecchio amico conosciuto ai tempi di Amburgo, è l’autore della copertina di Revolver) e dal beat costante del fedele Ringo Starr. Su questo scarno paesaggio musicale svetta la voce di Lennon, che ora grida la paura di restare solo, ora sussurra l’amore per Yoko come unica risorsa, ora soffre nello sforzo di raggiungere la consapevolezza, nella difficoltà di accettare verità laceranti come la fine dei Beatles e la morte della madre.

Con questo tragico ricordo si apre il disco: quattro rintocchi di campane introducono Mother, il lamento funebre per Julia (già cantata nel White Album), morta quando John, adolescente, aveva da poco riscoperto il rapporto con lei. Servendosi di tre soli accordi di piano, nelle prime due strofe Lennon si rivolge sia alla madre scomparsa, sia al padre mai conosciuto; da un lato manifestando rimpianto, dall’altro riconoscendo la necessità del congedo. La strofa conclusiva – ammonimento ai figli futuri? Alle nuove generazioni? Al pubblico? – è fortemente autocritica (I Couldn’t Walk And I Tried To Run). Ma il definitivo congedo non può essere indolore: ecco che il canto diventa urlo disperato (“mamma non andare via, papà torna a casa”). Lennon è regredito all’infanzia (emblematica sul retro di copertina una foto da bambino) e grida il dolore represso. Seguendo la stessa struttura a tre strofe destinate a tre protagonisti (stavolta John, Yoko e il mondo), la successiva Hold On è un invito a resistere, contro tutto e tutti, nella certezza di farcela (“It’s Gonna Be Alright, You’re Gonna Win The Fight”).

Probabile effetto collaterale della sovraesposizione mediatica in seguito al discusso attivismo politico, musicalmente Hold on è una breve ballata nello stile di Sun King, da Abbey Road. L’acidità di Lennon, il Lennon più rock del White Album, fa capolino in I Found Out, dura invettiva contro le religioni, proclama del crollo dei dogmi e delle certezze in virtù di una raggiunta consapevolezza. Il primo attacco alle utopie degli anni ’60 è stato sferrato, ma è solo l’inizio. Nella dylaniana Working Class Hero un inedito Lennon canta le origini proletarie; il testo è crudo e sincero, e ancor prima di un retorico manifesto (trappola in cui incapperà di lì a poco, ritrovata la “coscienza di classe” ) è un passo verso la consapevolezza del proprio ruolo (“If You Want To Be A Hero, Well, Just Follow Me”).

Segue la bellissima Isolation (poi ripresa dai Mercury Rev), uno dei momenti più intensi del disco; pervasa da un ineluttabile senso di isolamento e straniamento, fra paranoia (ritorna il tema di John e Yoko soli contro il mondo) e pessimismo “cosmico” (“The Sun Will Never Disappear – But The World May Not Have Many Years”), questa piccola gemma provoca reale commozione ancor prima che compassione.

Remember è un viaggio nelle memorie di Lennon sotto forma di inquietante boogie; è vivissimo il ricordo dell’infanzia, le cui dolenti immagini si susseguono in un climax che culmina nel suono di un’esplosione dopo la rievocazione del 5 Novembre (un fuoco d’artificio per la ricorrenza del Guy Fawkes Day, che in Gran Bretagna si celebra in quel giorno?). La successiva Love è una delle composizioni più elementari (e riuscite) di Lennon, per quanto riguarda sia il testo (in forma di filastrocca), sia la musica (un giro armonico di piano a opera del produttore Phil Spector, appena accompagnato dall’acustica di John). La canzone, un gioiello, è uno dei più felici esempi della facoltà innata di Lennon di esprimere, con immagini semplici, concetti universali: l’amore è un rifugio dal mondo, ma anche la forza per affrontare la vita insieme alla persona amata (“Love Is You, You And Me/ Love Is Knowing, We Can Be”). Well Well Well è il momento più autoindulgente del disco, un blues distorto e ripetitivo come un mantra: per convincersi che va tutto bene, Lennon deve urlarlo fino al parossismo (allo stesso modo in cui, l’anno prima, aveva esorcizzato le crisi di astinenza in Cold Turkey). In Look At Me, dolcissima ballata acustica nello stile di Julia e Dear Prudence, l’autore si presenta nudo di fronte alla persona amata, e, spogliato della sua personalità, s’interroga sul proprio ruolo e sulla propria identità.

God, splendida song impreziosita dal piano di Billy Preston (già in Let It Be), è il momento più alto del disco; perla dimenticata, è il brano che più degli altri rappresenta il “rinato” Lennon. “Dio è un concetto mediante il quale misuriamo il nostro dolore”, proclama l’ex Beatle. Il misticismo dei recenti trascorsi è solo un ricordo lontano, anzi, qui è (rin)negato in toto. In un crescendo drammatico, Lennon demolisce sistematicamente tutte le certezze della vita trascorsa e le certezze di intere generazioni, senza risparmiare simboli universali.

Da Gesù a Buddha, dalla religione alla magia, toccando Hitler e Kennedy, Elvis e Bob Dylan, fino ai Beatles: il rifiuto è totale. Lennon distrugge se stesso per ritrovare la propria individualità, insieme all’inseparabile compagna (“I Just Believe In Me, Yoko And Me”), e nello stesso tempo annuncia al mondo la fine di un’epoca (“And So, Dear Friends, You Just Have To Carry On”). Canto estremo della disillusione, God è il tracollo della speranza collettiva di costruire un mondo nuovo attraverso le ideologie.

Con i Beatles, finisce anche il grande sogno. The Dream Is Over. Così come si era aperto, l’album si chiude nel segno di Julia, la cicatrice mai chiusa dell’anima di John: i 48 secondi di My mummy’s dead, cantilena infantile e candida confessione sulla morte della madre, (“My Mummy’s Dead, I Can’t Get Through My Head”), sono l’ultimo passo verso la totale esorcizzazione del dolore; dopo questo disco, Lennon è pronto per affrontare i burrascosi primi anni da ex-Beatle. Plastic Ono Band, vera e propria autoanalisi in musica, offre un Lennon inedito.

Non più il carismatico leader dei Beatles, non ancora il cantore dell’eterna illusione di Imagine – nella inconsapevole attesa di trasformarsi in un martire del rock -, Lennon è qui solo un fragile essere umano. Un uomo di fronte al cambiamento. Questo disco è la cronaca del doloroso superamento di una crisi. È un travaglio in musica. Per questo suona ancor oggi così attuale.

1 Giugno 2007
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